martedì 24 aprile 2012

L’amore ci vede bene!

A certe evidenze, secondo me,  non si deve girare attorno con il timore di chiamare le cose come stanno. Mi spiego. Sembra quasi che il senso del pudore non sia un atteggiamento legato solo a certi aspetti della vita, quelli della sfera intima, pare invece, a volte, legato anche a ciò che invece dovrebbe essere più naturale ed evidente. Quando si parla di famiglia, di figli, spesso si tende ad analizzare l’insieme delle dinamiche che caratterizzano non solo l’insieme delle relazioni, ma anche quelle che definiscono  ruoli o  funzioni (brutta parola). Si va a fondo nell’affermare ciò che è importante fare, quali collaborazioni sono fondamentali. Si è particolarmente attenti a stabilire i confini entro i quali collocare il rapporto di coppia, indicandone caratteristiche e contorni con chiarezza.
Esistono infinite teorie legate a come rapportarsi con i figli, a quali percorsi educativi affidarsi per il loro bene. Sono davvero tante le raccomandazioni, i consigli, le coordinate comportamentali suggerite, le soluzioni prospettate di fronte ad ogni situazione possibile. E sono ancora di più quelli che si sentono depositari della scienza dell’essere famiglia. Pedagogia, psicologia, sociologia tutte giustamente coinvolte nello studio  del microcosmo familiare.
Nella mia vita per abitudine e passione ho letto molto, ho avuto la fortuna di incontrare autori e libri molto profondi; saggi ricchi di stimoli e prospettive davvero utili per la mia vita. Ho trovato anche molto dilettantismo e molta arroganza come se tutto fosse riconducibile a semplici formule comportamentali, neppure fossimo dei robot  programmati  per eseguire.
Val  la pena leggere, confrontarsi, mettersi in gioco e avere l’umiltà di considerarsi sempre in cammino. Ma spesso dentro tutto questo per fortuna c’è un aspetto che sa rompere le uova nel paniere, che non si lascia ridurre a formule o semplici teorie. Che sa rendere imprevedibile ogni situazione data per scontata. Che sa dilatare il positivo o recuperare l’irrecuperabile. Che supporta le fatiche e sa ridare energie anche quando sembrano ormai esaurite. Parlo dell’amore che unisce i mariti alle mogli, i genitori ai figli e i figli ai genitori. Sì proprio lui:  l’amore, quello che in questo caso non è  cieco,  ma ci vede bene! Possiamo scrivere montagne di libri e proporre decine di teorie sulle relazioni familiari, ma se non c’è l’amore tutto si spegne inesorabilmente. Non si deve aver paura di riconoscere quanto sia necessario l’amore come collante di ogni rapporto, come anima del modo di affrontare la vita con i suoi alti e i suoi bassi. L’amore che ha dentro di sé affetto, ragione, passione, desiderio, gratuità: questo sentimento garantisce attaccamento, dedizione, unione profonda, fedeltà. Troppo spesso ci si concentra su particolari, senza cercare di ridare ossigeno a ciò che conta! Forse per pudore? È come se nel darlo per scontato non se ne riconoscesse più la necessità o l’importanza.  Cos’è la collaborazione in una coppia senza amore? Un rincorrersi di rivendicazioni. Cos’è l’educazione dei figli senza l’amore: un semplice manuale comportamentale. L’amore rende sempre più solida una famiglia, la rende più viva e le  permette anche di sbagliare, perché sa andare all’essenziale. Sì perché ci vede bene! Molto bene.

lunedì 23 aprile 2012

"Rivoluzione silenziosa"?

I "Padri e la cura familiare" (http://genitoricrescono.com/i-padri-e-la-cura-familiare/) un interessante articolo proposto nel sito Genitori Crescono. Finalmente si affronta, a mio avviso, il tema in oggetto con uno sguardo diverso: non più con un occhio al passato o con la tendenza di affermare le differenze o i limite di una parte in casusa (spesso il padre), ma col desiderio di registrare quanto sta avvendendo per porlo sul tavolo. il tavolo di una riflessione serena su scenari che possono aprire a dibattiti diversi e magari più interessanti.
A mio avviso è in atto da tempo una specie di “rivoluzione silenziosa” . Purtroppo molti dibattiti o interventi ancor oggi sottolineano ancora (forse perchè fa più share)  la distanza nelle “cose di casa” (compresa la relazione con i figli) tra il marito e la moglie senza, invece, di cercare di evidenziare ciò che sta succedendo. E quello che sta succedendo, a mio avviso, è ben detto nell’articolo sopra linkato. In questa rivoluzione non ci sono né vincitori né vinti: ci sono coppie che serenamente affrontano un cammino con la coscienza che lo devono fare insieme attraverso una compartecipazione di quanto necessita fare vissuta, non dico al 100% in modo naturale, ma in modo certamente più spontaneo. Questo vale per quanto è necessario fare in casa e per la modalità di “gestione dei figli”. Non ci sono mammi (termine orribile) né ci sono madri “assenti” o più “maschili” (non so che termini usare). Ci sono sia madri che padri che pian piano si stanno trasferendo spazi di presenza, senza per questo ridurre o elevare la propria identità. Magari ci sono padri meno autoritari e madri più affaticate da una vita che a volte rimane a “doppio incarico”; magari ci sono padri che con fatica sanno essere comunque autorevoli e stanno cercando di trasformare la propria disponibilità in abilità (mi sento tra questi), nonostante l’assenza di maestri; magari ci sono madri che si buttano talmente tanto nel lavoro da dimenticarsi che il loro essere madre non è sostituibile… e così via. La società cambia e si evolvono le dinamiche relazionali e di ricentrano le identità, ma la società rimane imperfetta e questo implica cammini faticosi. Mi auguro solo che si inizi a spostare il dibattito, su quello che è in essere oggi e non su quello che era, anche solo in un recente passato, lo scenario in vigore.

domenica 22 aprile 2012

Bimbi bagnati, sporchi ma contenti

Qualche giorno fa sono riuscito a tornare a casa un po’ prima dal lavoro “grazie” al dentista… ho recuperato i bimbi un po’ prima del solito e prima di tornare a casa sono andato con loro a fare un giretto al piccolo parco vicino a casa. Dopo giorni di pioggia un barlume di sole non poteva non essere sfruttato e quindi un po’ d’aria aperta non poteva che giovare. Unica incognita: il parco era disseminato degli effetti delle piogge passate, cioè era pieno di pozzanghere. Per fortuna i mie bimbi avevano gli stivali ai piedi quindi non mi sono preoccupato più di tanto. Arrivati alla zona giochi hanno iniziato a giocare con alcuni loro compagni: scivolo, altalena, casetta, dondoli vari, griglia per arrampicarsi. Tutto a cento allora come se all’asilo avessero riposato tutto il pomeriggio. Ma ero certo che non era così: ma dove trovano tutta questa energia?
Tutto procede secondo il solito copione tipico del parco, in più con Filippo ormai più autonomo per me è rilassante osservare loro e i loro amichetti che giocano.
Ad un certo punto però si scatena “l’inferno”: esauriti i giochi classici vedo che il gruppetto di bimbi osserva in modo sospetto una mega pozzanghera. Sento un paio di mamme e nonne che iniziano ad intimare ai loro figli/nipoti: “Non avvicinatevi, non vi dovente sporcare o bagnare! Mi raccomando!”. Mi limito ad osservare la scena mentre Filippo e Bea (prima Filippo per la verità) cominciano ad incamminarsi nella pozza. Saggiamente – anche se con il volto imbronciato -  nessuno li segue, le minacce ricevute hanno sortito i loro effetti. I miei due invece sono dentro la pozzanghera e sorridono divertiti. Mi avvicino e dico: "Ok, potete camminarci ma piano, va bene?”. Non faccio in tempo a terminare la frase che Filippo, manco a dirlo, comincia a saltare: è più forte di lui, quando vede una pozza lui deve saltare! Bea, raggiunta dai primi schizzi, decide di fuggire a stivaletti levati… e, manco a dirlo, inciampa, … nella pozza naturalmente. È bastato un minuto! Bea è bagnata dalla giacca ai pantaloni e Filippo che, la osservava divertito, invece s’è  inzuppato “solo” dalla cintola in giù.
Da una parte le altre mamme e nonne presenti mi guardano con uno  sguardo compassionevole Chissà che pensano), dall’altra Filippo e Bea sorridono, per nulla infastiditi dalla loro condizione buffa.. e bagnata!
“Filippo, Bea  che disastro (in effetti sono ridotti maluccio… e non riesco a non sorridere “sotto i baffi”)! Corriamo subito a casa!”. Dopo pochi minuti sono entrambi in vasca per un salutare bagno caldo (ma di questo avete forse già letto venerdì sera).
Bagnati, sporchi ma contenti … e sorridenti!



Due parole sulla libertà

Qualche giorno fa ad un mio amico che si lamentava perché per “colpa” dei figli non riusciva più ad essere libero come prima istintivamente gli ho detto “Per me la libertà sono proprio i miei figli e la mia famiglia!”. Mi ha guardato in modo un po’ strano. L’ho sparata così grossa? Mi sono lasciato prendere la mano con le mie teorie a volte un po’ sopra le righe? Allora ho cercato di argomentare: “Alla fine la libertà è quello che scegli di fare, non quello che pensi di non poter riuscire a fare o quello a cui credi di rinunciare. Sei libero se in quello che decidi di fare sei contento e ti senti al tuo posto. Per me è così.” Mi ha risposto: “ Mah, , io so che quando desidero fare una cosa o ripenso con nostalgia a quello che un tempo facevo quando non avevo  la famiglia, mi sembra di essere meno libero. Non dirmi che anche a te non capita questo!”. “Come no, ma non tanto rispetto al passato, per ora di nostalgie non ne vivo, non perché il mio passato sia stato brutto, anzi, ma perché il presente mi va benissimo com’è. Quanti vorrei ma non posso mi sono detto o ho pensato. Ma la libertà non è legata alla singola azione desiderata e non fatta. Non bisogna ridurla. Per me la libertà è qualcosa di più, per cui anche se in certi momenti non riesco a fare quello che mi sarebbe piaciuto, non per questo mi sento meno libero.” … drin dirn drin… suona il suo cellulare deve andare, è arrivato il suo “appuntamento di lavoro”.
“Quello – indico il cellulare -  ti rende meno libero, mica i tuoi bimbi o la tua famiglia“ sorrido e lo saluto! Come la solito mi manda scherzosamente a quel paese e fugge da chi lo attende.
Quelle poche parole su un tema così importante non mi lasciano tranquillo. Da una settimana ci penso e ripenso. In fondo è da una vita che cerco una risposta che mi convinca fino in fondo sul concetto di libertà. A Luigi (nome di fantasia) ho detto ciò che da tempo mi sono risposto, non ho pensato alle definizioni che conosco. Di altre risposte e definizioni ce ne sono a centinaia, probabilmente molto più corrette, profonde, complete, ma nella mia vita non riesco a vedere una libertà che abbia un altro significato. Non è la definizione delle definizioni, è semplicemente quella sento vera per me. Mi aiuta a non avere rimpianti, a essere sereno ogni giorno rispetto a quanto vivo: che sia programmato, che sia inatteso.  Rispetto anche a quello che mi piacerebbe fare ma non riesco a realizzare.


                                                                                     

venerdì 20 aprile 2012

Bimbi in vasca

La Vita in  diretta.
"Bimbi in vasca, via col bagnetto con l'acqua colorata!"
"Bello! Ma possiamo farlo lungo e poi lavarci da soli?"
Decido di stare in corridoio e di godermi il loro bagno ascoltandoli ( e sbirciando di tanto in tanto).
"Adesso rimanete lì a giocare un po', mi raccomando fate i bravi"
"Papààà, Filippo sta schizzando contro il muro"
"No, è stata la Beaaa"
Dopo due minuti.
"Papàààà, Filippo ha una candela gigantesca"
"No, è piccolissima, papà"
"Papàààà, Filippo beve l'acqua della vasca"
"No, papà, la sputo!"
Silenzio e dialogo tra loro.
"Pippo, ci bagniamo i capelli? Aspetta, a te li bagno io"
"Via! I miei capelli li bagno io!!"
"Pippo, posso farti la cresta?"
"No, no, no, la cresta la fa papà"
"Papàààààààà, Filippo ha schizzato ancora fuori dalla vasca!"
"Papà, non lo faccio più"
"Papàààà, vieni a vedere la mia nuova pettinatura da signora che balla il valzer?"
Intervengo: "Su adesso lavatevi, prendete le vostre spugne ed io vi metto il sapone"
"Filippo, ti piace la mia nuova patatina (voglio essere fedele fino in fondo senza censure)?"
"Perchè nuova - dico io - ?"
"Perchè è tutta schiumata".
"Bimbi fra 5 minuti si esce, chiaro!".
"Papààààà, possiamo insaponare la palline da tennis (in relatà cono palle di spungna)?"
"Papàààà, Filippo ha lanciato la pallina fuori dalla vasca!"
"No, è stata Bea!"
Recupero la palla..
"Papàààà, Filippo ha lanciato la pallina nel water".
Ops è proprio vero!
E' ora di farli uscire!!!
.... a me sti momenti divertono un sacco!






giovedì 19 aprile 2012

Dare un nome alle inquietudini

Questa sera un mia  cara amica   mi ha mandato questo sms: "dobbiamo educare i nostri bimbi a parlare, a parlarsi e a parlarci delle cose del cuore.... questa sera penso che a me manca molto questa cosa: il non esserci educati, io e i miei genitori a poter dire e dare un nome alle inquietudini ...". Le ho risposto semplicemente: "hai ragione!".
Se ripenso al rapporto con i miei genitori non posso che sottoscrivere questa diagnosi: anche nella mia famiglia non ci si è educati a parlarsi per dare un nome alle inquietudini. Non è che si tacessero i problemi o che non ci fosse dialogo, ma il tirar fuori e dare un nome, almeno provare a farlo, a quello che succedeva dentro i nostri cuori, questo no, non succedeva. Non so perchè, ma non sono cresciuto con questo desiderio. E tanto di ciò che avveniva dentro di me o veniva tenuto dentro, o veniva semplicemente rivelato altrove, spesso da chi  non sapeva neppure capirne bene il senso e la portata.
Ma tornare al passato ora non mi interessa, preferisco prendere la prospettiva più costruttiva del messaggio, che mi spinge a guardare al presente e al futuro,  e a chi  mi è affidato: i miei figli. "Educarli a parlare, parlarsi e parlarci delle cose del cuore": questa è la sfida. Ma ancor di più "saper dare un nome alle inqieutudini". E riconoscere che queste conquiste non sono solo un dettaglio nel loro cammino di crescita, ma un fattore che potrebbe determinare una migliore qualità e una maggiore serenità della loro vita. Parlare delle cose del cuore significa aiutare i miei figli a sentirsi liberi, non giudicati, accolti nel momento in cui desiderano confidare qualcosa che hanno dentro e che non sanno bene come dirlo,  non sono certi se sia bene o male, o se a noi possa far far piacere o meno. Significa farli sentire al sicuro nel momento in cui decidono di rivelare qualcosa che li turba e li rende inquieti. Dare un nome alle inquietudini va addirittura oltre: significa aiutarli a riconoscere, perchè identificato, ciò che genera un malessere interiore; e dare un nome permette di chiarirne l'identità con il vantaggio di poterne affrontare le cause. E, si spera, risolverle.
Il messaggio di questa mia  amica mi ha costretto a riconosce che già oggi ad esempio mia figlia, che ha solo quattro anni, fa una grossa fatica, in certi casi, a confidare qualche delusione che le è successa con le amiche o a condividere ciò che ha provocato in lei qualche sentimento spiacevole (magari di poco conto in sè, ma per lei importante). Ci accorgiamo, io e mia moglie, che qualcosa non va, ma a volte non riusciamo a trovare la chiave per fare in modo che si apra a noi. "Educare a parlare..." ritorno al messaggio e dico grazie a chi me l'ha scritto perchè mi ha ricordato che essere un padre significa anche avere a cuore, in certi momenti, più quello che non si vede e non si sente, di quello che appare ed è evidente. Se mi limito a ciò che vedo e sento, ma non so leggere certi segnali e certi silenzi, non sarò mai in grado di educare a "parlare, a parlarmi". Devo, inolte, essere consapevole che in quei momenti la parola, nell'esprimere certe inquietudini, costa fatica, esce a stento o è impacciata, ma è quella che libera, fa sentire leggeri e permette una vicinanza molto più profonda. Fare in modo che i mie figli mi parlino, dipende davvero molto anche da me.

mercoledì 18 aprile 2012

Asimmetria e armonia, lasciamo fare ai bambini

Ho finalmente riordinato pensieri  informi che mi frullavano nella testa su alcune situazioni che vivo... vediamo che ne esce.

Asimmetria. Potrei definirla così la condizione che si genera tra il modo di essere e lo stato d’animo che vivo in certe circostanze e quello che invece vivono i mie figli. Non si tratta di una semplice differenza anagrafica è proprio un asimmetrico dispormi di fronte a quel momento preciso o a quella situazione. Tra me e loro a volte c’è un abisso: sorrisi e serenità contro mente svagata o pensieri inquieti, voglia di fare contro stanchezza; desiderio di essere ascoltati contro voglia di silenzio e calma. Tante mie impazienze, il mio diverso modo di percepire le cose, i mio quotidiano retro pensiero legato alle ore trascorse fuori casa con i soliti annessi e connessi del lavoro, degli amici, dei parenti, degli appuntamenti, del “vorrei ma non posso o non ho tempo”, tutto questo e ancor di più, a volte sfocia in un atteggiamento di insofferenza (asimmetria) proprio nei confronti dei bambini. Spesso faccio una cosa e ne penso un’altra, con un orecchio ascolto i figli e con la mente sono già proiettato a situazioni diverse. Gioco con loro e ho un occhio sul telefono: in attesa di messaggi? Di telefonate? Spesso di nulla né di urgente né di interessane, magari solo di qualcosa che permetta per un attimo un distacco. Questa situazione disarmonica spesso si genera per cause contingenti e indipendenti dalla volontà (stanchezza, fatica, malessere, piccole delusioni o insuccessi), a volte invece è segno di un percorso non ancora ultimato (che forse non si ultimerà mai): è l’accettazione della presenza di figli non come limite, vincolo o condizionamento, ma come libertà o compimento del presente.
Armonia. E’ invece ciò che cerco maggiormente. È la meta a cui aspiro per me, per i miei figli, insomma per la mia famiglia. Armonia come clima che sappia stemperare tutto ciò che possa in qualche modo rendere più forte l’asimmetria. È la condizione che sappia comprendere in sé ogni componente della famiglia come al suo posto, veramente a casa propria.  Non penso al mondo dei sogni o al “paese delle meraviglie”: semplicemente è il desiderio per la mia casa!
Ci sono giornate in cui prevale la prima condizione, altre in cui prevale la seconda e la vera gara è aumentare le seconde. Oppure, più semplicemente comprendere perché esistono le prime e si ripetono, e fare in modo che diventino sempre più rare.
Sto scoprendo comunque che, nonostante a volte possa sembrare il contrario, devo solo imparare a riconosce che i bambini - i mei figli - sanno costruire armonia: il loro mondo è molto più semplice, si rianima di attimo in attimo senza condizionamenti particolari. Sa ricaricarsi con un semplice sorriso, capovolgendo spesso situazioni poco serene. Dare più spazio a loro forse è l'antidoto migliore!

lunedì 16 aprile 2012

Sogna Beatrice, sogna!

Beatrice oggi si è svegliata con la voglia di raccontare il sogno che ha popolatola sua notte.
“Papà, questa notte ho sognato che io e te andavamo a pesca, prima abbiamo catturato un pesce spada, poi uno squalo. Dopo siamo riusciti a pescare un Lamantino (ma che è? Poi mi sono ricordato, la gita all’acquario di Genova ha prodotto i suoi effetti ….) ed infine, papà abbiamo pescato anche una balena”.
Allora incuriosito (anche perché se da una parte non riuscivo proprio ad immaginare una canna da pesca così capace, dall’altra non osavo immaginare neppure un cesto così capiente!) le  ho chiesto: “Bea, ma dove abbiamo messo tutti gli animali pescati?”, e lei in maniera convinta ha risposto: ”Papà, guarda che non tutto deve essere reale…  era solo un sogno!”.
Anzitutto mi sono reso conto che a Bea sono rimaste impresse due esperienze: quando quest’estate l’ho portata in un laghetto a pescare con suo cugino e la gita all’acquario. Ma il fatto nuovo è  che sogna e che ricorda i sogni! “Ho sognato!” è la prima volta che lo dice.
Faccio mente locale “Dove ho messo “L’interpretazione dei sogni” di Freud?”, ma abbandono  l’idea di riprenderlo in mano perché ricordo benissimo che quando avevo iniziato a leggerlo mi aveva superannoiato!
Preferisco rifugiarmi nei miei pensieri,  gustarmi quest'attimo alle prese con il primo sogno (ricordato e raccontato) di mia figlia. Sognare sarà di buon auspicio? E Ricordarli e racontarli? Non lo so, non mi preoccupa questo, sono rapito dalla possibilità di sognare, come se si trattase di un regalo concesso. Il sogno,  in realtà, può avere contorni diversi, può essere notturno e quindi non intenzionale, ma anche ad "occhi aperti" quando ci si costruisce un mondo ideale o situazioni impossibili, e per questo sognabili. Il sogno può lasciare sensazioni bellissime o l'amaro in bocca. Per non parlare dei brutti sogni: quelli che ti svegliano all'improvviso! Non sono capace di fare l'esegesi dei sogni, nè di ipotizzare interpretazioni o significati nascosti, ma mi  basta sperare che Beatrice possa continuare a sognare, che lo faccia nel sonno e impari a farlo "ad occhi aperti". Che possa accogliere questa possibilità come un desiderio, conscio o inconscio non importa, che possa volare verso situazioni, che pur nella loro irrealtà, facciano parte di lei. Un desiderio che aneli in futuro, alla ricerca di un presente -  il suo -  sempre migliore.
Sogna Beatrice, fai tanti sogni e non temere,  raccontali!



domenica 15 aprile 2012

Voglia di autonomia!

I bimbi questa mattina, ad un certo punto,  hanno deciso di chiudersi in cameretta, da soli: “Papà, mamma possiamo giocare da soli?”. “Va bene – dopo rapido consulto visivo e “approvativo”  con mia moglie -  ma le condizioni sono:  che non distruggiate nulla e che al primo litigio con pianto noi entriamo!”. “Va bene, va bene, saremo bravissimi” replica Beatrice la “caposquadra”. “Saremo bravissimi” le fa  da eco Filippo.  In camera da soli…. In fondo una banale richiesta e una semplice concessione può già far pensare, ma scacciamo ogni ipotesi di preoccupazione.  Partendo dalla filosofia che debbono avere i loro spazi decidiamo quindi di lasciarli fare, pronti ad intervenire al primo pianto. Scommettiamo pure sul risultato: per mia moglie non reggono più di dieci  minuti, io dando (dopo aver consultato furbescamente la quota Snai) più punto su venti: chi perde cucina per il pranzo! Affare fatto.
Invece i minuti passano, dieci, venti, si arriva a mezz’ora e a parte qualche rumorino sospetto, ma non preoccupante, e qualche scontato micro scontro verbale, sembra tutto nella norma. Il primo dato è che mi tocca cucinare perché a scommessa pari si fa secondo consuetudine, vabbè. Il secondo è che stanno reggendo sorprendentemente oltre le attese. Con mia moglie ci gustiamo il momento di pace senza troppi pensieri. Dopo un ora, per non apparire genitori disinteressati,  bussiamo alla porta e loro rispondono in coro: “Non entrate, non è ancora ora di aprire, vogliamo stare da soli!”… Dopo quasi un’ora e mezza decidiamo di fare irruzione. Concordiamo comunque di non giudicare male l’eventuale disordine o di manifestare istintivamente disappunto nel caso ci sia qualcosa di irrimediabilmente rovinato: questo loro desiderio di autonomia va sostenuto. Ma mentre siamo ancora intenti a “stendere il piano di attacco” ecco improvviso il loro grido: “Mamma, papà veniteeee!!!” Con un po’ di timore e tremore apriamo la porta della stanza. La scena  che si presenta ai nostri occhi è apocalittica e bellissima allo stesso tempo. Vestiti e giocattoli ovunque, ma la  SORPRESA è che, sorridenti e orgogliosi, ci stanno mostrando in bella posa  uno spettacolo: entrambi  bimbi sono vestiti (nel senso che si sono tolti il pigiama e si stanno presentando a noi in abiti civili)! Si sono vestiti da soli  con Bea che ha  aiutato Filippo. Hanno scelto i vestiti (probabilmente selezionandoli accuratamente tra tutti quelli che poi distrattamente hanno lasciato sul pavimento) e si sono presentati a noi con un mega sorriso già belli pronti e sistemati. Rimaniamo di fatto senza parole, la loro posa  e il loro sguardo compiaciuto quasi quasi ci commuove… Vestirli spesso è un’impresa ed ora lo hanno fatto da soli! E sono consapevoli di averci dimostrato qualcosa che a noi genitori sta provocando un enorme piacere. Le condizioni pietose della cameretta passano immediatamente in secondo piano, in coro ci viene spontaneo un “Bravissimi!!!”, e la loro risposta è “Abbiamo fatto tutto da soli, siamo stati bravi vero?”!
Non siamo soliti enfatizzare piccole cose, ma questa scena ci ha davvero sorpresi. Da una parte forse stanno cominciando a giocare insieme in modo non necessariamente conflittuale e dall’altra hanno fatto con consapevolezza qualcosa che ai loro occhi è davvero importante… e se lo è per loro perché non lo deve essere anche per noi?




sabato 14 aprile 2012

Creatività... un pensiero

Creatività, fantasia, imprevedibilità, sono tutte qualità che permettono ad una persona di non essere statica, di non fermarsi mai di fronte a nulla, di saper affrontare il nuovo, o quanto non ancora conosciuto, non come un pericolo ma come una possibilità o una risorsa. E non importa che si tratti di persone, cose, esperienze. La persona creativa è coraggiosa perchè non ha paura di rischiare, perchè ama stupirsi e sa godere del bello. Non sono particolarmente dotato artisticamente, anzi, ma gioco di fantasia e creatività più verso la gestione del tempo e nel modo di rapportarmi con i miei figli che verso le cose che potrei plasmare. Non so se sia un limite ma mi sforzo di generare in loro il desiderio di far viaggiare la loro mente e la loro fantasia.
Il lato più artistico lo gestice mia moglie che quando ha un po' di tempo sa coinvolgere i bimbi in creazioni di ogni tipo. A me piace più coniugare la necessità, utile ai bimbi, di momenti e spazi programmati, con il tentativo di riempirli di approcci nuovi, non scontati, lasciando spazio anche a ciò che è imprevedibile.
L'importante è fare in modo che l'indolenza e la noia non si approprino mai del nostro tempo. Anche il far poco o il lasciar del tempo vuoto, con un approccio mentale di questo tipo non generano mai nè insofferenza nè insoddisfazione. Basta saper giocare di fantasia e dar spazio al proprio spirito creativo.



venerdì 13 aprile 2012

Approcci diversi... per fortuna è solo uno sgabuzzino

A mia moglie è venuta l'idea di sistemare lo sgabuzzino di casa e per farlo in modo moderno (così dice lei) qualche sera fa ha convocato un falegname per "attrezzarlo" stile cabina armadio. La scelta non mi dispiace per due motivi: anzitutto perchè per una volta non si è affidata all'Ikea (non ho nulla contro questa fantastica azienda, ma ogni volta che mia moglie entra nei suoi store infernali se ne esce col doppio di quello che ci serviva, e poi odio montare mobili!!!) e poi perchè in effetti, nonostante sia solo uno sgabuzzino, è impresentabile sia nella composizione dell'arredamento (è la fiera del riciclo antifunzionale) che nella disposizione di quanto lì è collocato. Il riferimento alle scarpe di moglie e figli è puramente casuale... le mie sono praticamente invisibili.
Fatto sta che la sera dell'appuntamento alle 20.00 si presenta puntualissimo (convocato dalla mia signora) un simpatico falegname consigliato dai nostri super vicini di casa. Mia moglie - guarda caso - non c'è, è in ritardo. Cheffare? Se mi metto a fornire dettagli su come svoglere il lavoro sbaglio di sicuro, allora prima comincio a prendere un po' di tempo, poi con Bea e Filippo non più contenibili, prendo un'iniziativa geniale: gli mostro il ripostiglio e dico in maniera decisa e convincente: "Guardi, questo rispostiglio in qualche modo va reso utilizzabile  e razionale: lei prenda un po' di misure e faccia finta che sia suo e me lo organizzi come meglio crede. Non mi faccia spendere una follia (è pur sempre uno sgabuzzino, ndr) e faccia in modo che tutto quello che vede qui dentro possa essere sistemato in maniera decente. Quello che propone a me andrà bene di sicuro!". Il falegname un po' sorpreso capisce il mio spirito libero, accetta la sfida e si mette al lavoro.
Dopo venti minuti finalmente arriva Lei (mia moglie). Saluta rapidamente, ma con affetto, i suoi familiari (me e i bambini) e rivolgendosi al falegname iniza: "Scusi il ritardo, allora ha cominciato a vedere più o meno il lavoro? Ecco per la precisione il ripostiglio lo voglio così." e via con descrizioni dettagliate e indicazioni inequivocabili. quasi un'ora di confronto serrato su imporbabili scaffallature, angoli da nascondere, spazi da valorizzare, linee da salvaguardare... mi eclisso quasi imbarazzato e decido di mettere a nanna i piccoli. Finito lo sgabuzzino noto con sospetto che si trasferisce nello studiolo attiguo e inzia praticamente a dettare un "draft" per un armadio. Dopo dieci minuti è appaltato pure quello. Vabbè questo non era a preventivo, ma si sà "già che ci siamo"... il "già che ci siamo" comincio veramente a sopportarlo poco.
Alle 22.00 il falegname saluta e promette disegni dettagliati in una settimana. E' andata anche questa.
Ma il mio affidarmi ciecamente alla competente e professionale fantasia del falegname era poi così sbagliato?


Non era proprio così, ma è per rendere l'idea della professionalità


Famiglia e lavoro: la questione del tempo.

Il tema famiglia e lavoro a me sta davvero molto a cuore, non solo perchè tocca sul vivo la mia esperienza e quindi quella della mia famiglia, ma perchè incide a volte proprio sull'andamento della vita familiare stessa. E' un tema comunque molto ampio che tocca di fatto tanti aspetti: la questione del tempo-lavoro, della realizzazione personale, delle relazioni che condizionano, della carriera ecc. Mi soffermo sul tema del tempo, sfiorando altri aspetti. Sul resto magari ci tornerò in seguito.
Il lavoro occupa davvero tanto tempo e per logica conseguenza nè toglie molto ad altre esperienze tipo la famiglia. Spesso è davvero complicato conciliare la necessità di stare al lavoro con le problematiche connesse alla presenza, ad esempio di bambini piccoli. Quanti salti mortali, quante rincorse, quante problematiche (asili, baby sitter, nonni, feste, vacanze, malattie ecc.). E non è un problema solo delle mamme, tocca la famiglia nel suo complesso e in certi casi forse di più i papà. Ma sotto col tema lanciando qualche considerazione o provocazione...
E' un dato di fatto che oggi certi perversi meccanismi tipici della visione del lavoro in alcuni settori e luoghi di lavoro (il mio per fortuna non è tra questi, ma lavorando a Milano potrei portare decine di esempi) impongono, anche se non in modo esplicito, questa equazione: lavoro = passare almeno 10 ore in ufficio. Anche se poi per concludere in maniera serena quanti ti è affidato le 8 ore contrattuali sarebbero più che sufficienti. Questo è determinato sia dal concetto "di urgenza perenne" applicato ad attività non solo programmabili, ma spesso tranquillamente gestibili “il giorno dopo”, sia da una sorta di consuetudine geneticamente acquisita: il lavoro non ha tempo, il lavoro vale quanto occupa tanto tempo e tu lavori veramente  se dedichi più tempo. Spesso non si sta sul luogo di lavoro per necessità o per piacere, ma per abitudine, esagero? Può darsi.
Sono convinto, invece, che si debba fare un grosso passo avanti generale (e forse generazionale) su alcuni temi di cultura del lavoro: la flessibilità (o la ridefinizione) dell’orario di lavoro in primis. Su questo tema esistono direttive Europee, del Governo e un interessantissimo Libro Verde della Regione Lombardia che richiamano le Aziende a cambiare mentalità. Oggi molti lavori potrebbero essere impostati in maniera molto più “libera”, con tempi e modi affidati alla responsabilità del dipendente, il quale poi giustamente andrà valutato in base ai risultati che ottiene e alla produttività che dimostra. Conosco aziende illuminate che permetto di lavorare da casa e forniscono i supporti tecnologici per farlo;  e hanno “scoperto” che la produttività dei dipendenti in questo modo aumenta. Ho letto tempo fa  che un’altra azienda (un’importante multinazionale) ha tolto l’obbligo della timbratura (il dipendente segnala solo la presenza in uff.) e dopo una sperimentazione di 6 mesi ha verificato anche non solo un aumento della produttività, ma soprattutto un accresciuto attaccamento al lavoro – e all’azienda – perchè in quel modo si è permesso di ridurre il grado di complessità e di stress legato al conciliare famiglia e lavoro. Non si è ridotto il tempo lavoro, ma lo si è plasmato su esigenze diverse. Certo un approccio di questo tipo comporta dinamiche organizzative interne diverse, una certa rigorosità nel rispetto comunque di tempi ci compresenza necessari, e così via. In questo caso basterebbe guarire dalla bulimia delle riunioni e molte questioni sarebbero risolte.
E’ pur vero (e qui non ci si può nascondere dietro un dito) che certi gradi di responsabilità e certi tipi di  lavori implicano necessariamente non solo una presenza fisica duratura sul posto di lavoro e coinvolgimenti molto intensi  che non si concilieranno mai con una presenza di un certo tipo in famiglia. Ma qui, a mio avviso, si entra anche nel campo delle scelte personali (tutte comprensibili e rispettabili). Con la consapevolezza che chi utilizza il lavoro per stare lontano da casa, ma questi sono cavoli suoi.
Personalmente sono convinto che il "trinomio" produttività (che genera profitto), soddisfazione (sia del dipendente che dell’azienda) e famiglia possa funzionare solo se si costruisce una nuova e vera “alleanza” tra azienda e dipendente: il lavoro deve in un certo senso sapersi adattare alle trasformazioni che la società oggi ha già in essere e  che nessuno può fermare. Ma qui servono manager o imprenditori illuminati che sappiano andare oltre il contingente e sappiano dare il peso giusto a quello che conta: professionalità, competenze, responsabilità, soddisfazione e produttività. Servono istituzioni in grado di progettare e anticipare un futuro che comunque ci travolgerà e magari anche sindacati che capaci di guardare avanti e non solo indietro o sotto il naso. Si tratta di svolte per certi versi epocali, che prima o poi comunque arrivano e quindi non vedo perchè non si debba fare lo sforzo di anticiparle: così non si è travolti, ma si riesce a governarle.
A me capita di dover prendere permessi per situazioni legate ai bambini o di stare a casa per le loro malattie. Se ho scadenze urgenti lavoro senza problemi da casa, mi ritaglio spazi per fare ciò che serve ed è necessario in quel momento, ma paradossalmente non lo devo dire perchè ufficialmente non sono sul posto di lavoro, oggi è così.
Purtroppo siamo in un Paese che su questi temi a mio avviso è ingessato e legato a stereotipi del passato. Mi auguro soltanto che i nostri figli possano trovare condizioni diverse e sono certo che questo può dipendere molto  anche da noi, dallo scenario culturale e sociale che saremo in grado di ricostruire.

Mi ha ispirato questo articolo: http://genitoricrescono.com/padri-penalizzati-dallorganizzazione-del-lavoro/

giovedì 12 aprile 2012

Senza parole

Ogni tanto i mei figli mi lasciano letteralmente senza parole! Questa sera Beatrice, con un’espressione da “inquisitrice”, ad un certo punto mi dice: “Papà, ma lo sai che un mio compagno ogni tanto dice c___o! Non si dice! Lo sai?”.  “E tu che fai?” replico. “Io e le mie compagne lo diciamo alla maestra!”. “Bene, dico, ma prima di dirlo alla maestra ditelo al vostro compagno, magari vi ascolta…”. Probabilmente la mia affermazione è stata poco convincente tanto che Bea ha ribadito che “Bisogna, invece, dirlo alla maestra”. Ammutolisco con un dubbio che mi assale: meglio una figlia paladina del buon costume e quindi un po’ “piccola spia” e  “ruffianetta” o richiamarla ad una sano cameratismo? In quel momento non mi è venuto da dirle nulla, semplicemente mi sono ritratto in silenzio… e il dubbio mi è rimasto.
Ma non è finita. Poco dopo le ho chiesto a che cosa avesse giocato con le sue amichette all’asilo (nello spazio del gioco libero..tanto per inquadrare la situazione). Risposta “ A tomba!”, intuisco che non si tratta di Tomba la Bomba, mio mito sciistico, e quindi incuriosito indago. “Ma di che gioco si tratta?”. Riporto fedelmente la risposta per non condizionare un vostro eventuale giudizio: “Allora, io e le mie amiche facciamo finta che la casetta che c’è nell’asilo è una tomba. Il nonno di XXX che è morto tanto tempo fa è nella tomba, ma un diavolo non gli fa chiudere tutti gli occhi. Allora noi apriamo la tomba e facciamo finta di vedere il diavolo e scappiamo”! Riassumo il mio turbamento: se in un asilo immaginano una tomba, parlano di morte, diavolo e scappano per la paura, che farebbero queste “piccole pesti” se si trovassero in un cimitero? Non oso immaginarlo! Non colgo nella sua espressione e nelle sue parole nessun rimando esoterico e quindi un po’ mi tranquillizzo. “Ah, che gioco strano” riesco a proferire solo queste inutili parole e lascio perdere.  Ammetto  che avrei preferito mi avesse detto di aver giocato al dottore, almeno la mia stima per i maschietti si  sarebbe notevolmente innalzata.
Con Beatrice per questa sera ho chiuso, non oso neppure chiederle che cosa avesse mangiato per il timore che mi stupisca con pratiche alimentari a me ignote. Non so se la strategia del commento inutile sia la migliore, ma questa sera non ho saputo reagire in altro modo.
Per fortuna Filippo rianima l’atmosfera: “Filippo, come è andata per te all’asilo?”, “Bene!”, risponde (come fa sempre). “Ma come ti sei fatto quel graffio sul naso?”,  “E’ stato XXXX”. “E tu che hai fatto?”. Orgoglioso  mi dice “Pernacchietta, come mia hai insegnato tu papà!”. Olè, questa volta niente calci: mi ha ascoltato!

Identità del padre e femminismo: binomio o sottrazione?

“Sfrutto” per  questo post parte di un mio commento all’articolo che ho linkato e cerco di andare un poco più in profondità, perché la questione posta a mio avviso è davvero interessante.
L’articolo (http://genitoricrescono.com/e-se-il-femminismo-passasse-dai-papa/comment-page-1/#comment-75727)   e il dibattito sono molto interessanti con un argomento in gioco molto intrigante.
Mi permetto di lanciare alcune considerazioni che nascono dall’esperienza che vivo, e quindi non certo teoreticamente ineccepibili. A mio avviso oggi la percentuale dei padri che tentano di partecipare alla vita familiare e si sforzano di stare accanto alla moglie e ai loro figli con impegno e passione sono molti di più di un tempo. E lo fanno con uno spirito di collaborazione molto più intenso anche nelle “cose di casa”. Fermo restando che molte esperienze dicono ancora il contrario. A mio avviso, quindi un riavvicinamento o un riallocamento dei compiti familiari esiste già ed è determinato da un diverso  modo di affrontare la vita di famiglia presente sia nei padri che nelle madri. Alcuni mutamenti culturali sono stati assorbiti in maniera implicita e la dicotomia tra il ruolo della madre e quello del padre, nelle nuove generazioni è molto meno evidente.
Allo stesso tempo, non va confusa, rispetto al ruolo del padre, una presenza/assenza autoritaria e pacificamente accettata in passato, dall’evoluzione verso un’autorevolezza, non ancora del tutto conquistata, del presente. Al pater familias ante litteram bastava uno sguardo per ottenere o per far capire, oggi le dinamiche spesso sono  capovolte: si passa dai padri iper tolleranti che esercitato la funzione di contraltare a madri eccessivamente rigide (esageratamente inclini al richiamo), a padri indifferenti e quindi ininfluenti  le sorti della famiglia, a padri invece maggiormente presenti, attenti a tutto ciò che anima la vita di famiglia e con la capacità di assumere un ruolo autorevole (non autoritario) convenzionalmente tipico della figura maschile. O ai padri di mezzo che non eccellono né nelle mancanze, né nella bravura (è la mia categoria),  ma sono consapevoli di questo e “ci provano”. Corsi e ricorsi di modi di affrontare la vita, ma con la consapevolezza che il mutamento degli scenari hanno un’incidenza da non trascurare.
Un altro aspetto che mi sembra importante riguarda l’evidenza di un mondo che è cambiato: il lavoro con i suoi tempi e le sue dinamiche spesso molto coinvolgenti condizionano la vita familiare e  non solo quella dei papà. Nella mia famiglia è mia moglie la più impegnata fuori casa e a me tocca molto di quello che convenzionalmente sarebbe toccato alla mamma. Ma non mi lamento assolutamente: mi sento padre ( e uomo realizzato) e ne sono felice proprio perché posso dedicare più tempo ai miei figli e alla mia famiglia. E non vivo questa situazione come un modo di affermare il femminismo di mia moglie, anzi non capisco perché non possa essere considerato un modo per rendere più vero il mio essere uomo e papà.  A mio avviso è questione di equilibri, di scelte e di come la coppia decide di affrontare la propria “avventurosa vita di famiglia”.
Ma per tornare al tema dell’identità del padre, e quindi alla possibilità di determinare o meno una maggiore o minore affermazione del femminismo,  credo che questa sia in gioco perché in fondo è in gioco anche quella della madre: è un percorso comune non semplice anche perché non sono spesso né chiari né condivisi alcuni concetti di fondo: maternità e paternità quali le differenze? è ancora attuale parlare di ruoli in famiglia o non è meglio introdurre la categoria di come “essere” in famiglia? E in tutto ciò la relazione con i figli come deve essere inquadrata?
A me piace molto pensare all’opportunità che ci offre il tempo, con tutte le  esperienze connesse, a disposizione per affrontare tutto quanto avviene con uno spirito più  positivo e costruttivo.
E, perché no, anche con un pizzico di ironia in più.
Infine è vero che “noi papà” siamo molto meno presenti nei dibattiti in Rete o nella creazione di spazi di discussione. Forse è questione di sensibilità, di tempo, di poca attenzione a questi temi: mi auguro che a questo riguardo si recuperi il tempo perduto. Io ci sto provando.

“Un punto di vista strambo”

Sono un super fans delle canzoni per Bambini! In particolare ho una predilezione per quelle dello Zecchino D’oro, ormai le conosco quasi a memoria e mi piace un sacco sentire  Beatrice e Filippo che  cominciano a canticchiarle o a chiedere di riascoltare quelle che preferiscono. Questa è la colonna sonora di tutti i nostri spostamenti in macchina, e – lo ammetto – a volte è la colonna sonora anche di quando viaggio da solo.
Ogni tanto con mia moglie tento di far ascoltare anche della musica “da grandi” -  come la chiamano i nostri figli -  ma non c’è nulla da fare: “vogliamo quelle dei bambini! Mettete subito, per favore,  quella dei pipistrelli?”.  Questa è la più amata e gettonata e la loro predilezione non nasce solo dal ritmo accattivante, ma dal suo significato. Infatti, una volta Bea, la più curiosa, ha chiesto alla mamma, dopo averla riascoltata per l’ennesima volta, di raccontagliela. Voleva capire meglio che cosa dicesse, quale storia avesse da raccontare. In effetti questa è una canzone molto simpatica perché associa alla strana posizione che i pipistrelli assumono quando dormono – a testa in giù – la possibilità che le persone possano avere punti di vista diversi. Di più, che “il tuo dritto punto di vista”, alla fine è “un punto di vista strambo” e questo perché al mondo “non ci sei solo tu”.  Mia moglie allora, con la maestria che possiede in questi casi, è riuscita a trasmettere il senso della canzone  facendo capire a Bea (Filippo in verità era più preoccupato ad ascoltarne un'altra… è più piccolo e meno filosofo) che le persone possono avere opinioni diverse proprio perché le persone non sono tutte uguali e che non si deve pensare di aver sempre ragione! Concetto non semplice, (infatti io, per non indurre da subito pensieri dal sapore anche solo velatamente anarchico in una bambina di quattro anni,  ho subito puntualizzato che comunque il papà difficilmente ha un punto di vista sbagliato….) ma Bea si è innamorata della canzone.
Il “racconto delle canzoni” poi è diventato un rito e, insieme, abbiamo imparato a scoprire tante piccole storie molto simpatiche: quella del Gatto Puzzolone e di quello Mascherato,  quella della Mosca, della Forchetta Giulietta, di Tito e Tato e del Topo con gli occhiali (fantastica). Ma a volte si è costretti ad andare oltre le storie ed è un po’ più complicato spiegare “dove nascono i sogni”  o che può essere una bella cosa  “provare a sorridere a chi non ti piace”. Il mio forte è stato esaltare quella del “silenzio” e quindi organizzare la “gara del silenzio” ubbidendo alla canzone: quante cose abbiamo scoperto… anche se sono stato in difficoltà quando Bea mi ha chiesto “Perché col silenzio si trova la felicità?”… “Bea, mica tutte le canzoni sono perfette e non tutto si riesce a capire subito!”.
Alla fine io e mia moglie stiamo  scoprendo  e apprezzando  un piccolo mondo, molto semplice ma che sa trasmettere più di quanto spesso noi stessi immaginiamo. E quando c’è la musica di mezzo è molto più divertente.


martedì 10 aprile 2012

Papà, Leggi per favore?

“Papà (mamma), Leggi per favore?” ogni sera prima di spegnere la luce questa è la richiesta dei mie figli. Bea e Filippo scelgono il loro libretto e si aspettano la consueta lettura pre-nanna. Ormai è un’abitudine, direi una sana abitudine, anche se talvolta il libro scelto è esageratamente lungo per l’occasione e quindi la lettura è preceduta da serrata trattativa sulle pagine da affrontare. Non mi spiace affatto che i miei bimbi amino leggere: lo so non leggono ancora, si limitano ad ascoltare, ma il desiderio di ascoltare il papà e la mamma che leggono per loro, e al loro posto,  per me è come se leggessero per conto loro.  A volte succede che durante la giornata, dopo una serie di  giochi animati, cali il silenzio nella loro cameretta perché entrambi si sono presi una pausa con un libretto che sfogliano assorti e concentrati. Guardano le figure e immagino associno nella loro mente la storia già più volte ascoltata. Quello che avviene precisamente non lo so, ma vederli così, rapiti dai libri, mi piace tantissimo. Mi auguro continuino a farlo sempre di più e che si appassionino ai libri, come siamo appassionati a nostro modo sia io che mia moglie.



Associo alla lettura, magari in maniera impropria ma col gusto di crederci, un grande senso di libertà.
Leggere è una buona abitudine, arricchisce il bagaglio culturale, apre la mente ecc. tutto vero, ma per me più si legge più si aiuta se stessi a sperimentare un leggero ed unico senso  di libertà. Leggere tanto e bene (anche se questo è relativo e un po’ soggettivo) arricchisce il vocabolario, genera quasi in automatico una maggiore proprietà di linguaggio, garantendo una maggiore libertà di espressione. Tradurre i pensieri in parole (scritte o parlate non importa) non è un esercizio banale e quando non ci si riesce si scopre quanto sia limitante il non essere in grado fino in fondo di farsi comprendere.
Leggere abitua la mente a generare immagini, a dipingere scenari, a ricostruire situazioni o ad anticipare conclusioni. Leggere può soddisfare e allo stesso tempo incrementare la curiosità e la voglia di conoscere. Leggere ti obbliga a prendere posizione, a condividere o meno un pensiero, ad accettare o respingere una posizione. Leggere suscita emozioni, forse anche turbamenti: insomma non lascia mai indifferenti. Tutte le dinamiche implicite o esplicite che sono generate dalla lettura inducono la mente e il nostro essere a diventare ogni volta un po’ di più. In questo di più io scorgo molto senso di libertà, un senso che la lettura riesce  a darmi grazie alla grandezza di tanti scrittori straordinari. Questi scrittori hanno saputo rendere il mondo molto più grande di quello che è, creandone tanti paralleli dai quali accogliere ispirazione per affrontare meglio, e più liberamente, quello reale.
Azar Nafisi – famosa scrittrice iraniana -  ha scritto : “I libri sono la libertà che scorre nelle vene” ed io non riesco proprio a darle torto, anzi!
Ho divagato lo so e mi sono lasciato prendere la mano... torniamo alle cose serie: “Papà, Leggi per favore?” "Certo che sì, che libro avete scelto?".

Insoliti - e preoccupanti - eventi in famiglia

Sono seriamente preoccupato. Ci sono situazioni che non hanno spiegazioni logiche o razionali e che necessitano cautela nel tentare di darne un senso. Ieri sera dopo essere tornati dalla giornata pasquale nella mia mitica Valtellina, la serata si stava svolgendo in maniera normale: cena leggera, da post pranzo pasquale, qualche gioco con i bimbi per favorire la digestione, solito rituale pre nanna (pigiama, lavaggio denti, latte e storia). Mia moglie che si mette sul divano e che dopo dieci minuti si addormenta ed io che, come un falco, mi impadronisco del telecomando (abbasso il volume... per non disturbare) e vaiii, sintonizzo la tv sul mitico torneo di Golf: "L'Augusta Masters" (sì ormai mi sto dando pure al golf!).
Sembrava una serata "tipo" che si sarebbe conclusa quando, poco prima di infilarmi nel letto, sveglio mia moglie che si sarebbe catapultata sotto le lenzuola senza neppure rendersi conto di essere ancora vestita.
Invece succede l'imprevedibile! Sono alla quattordicesima buca di Bubba Watson che Lei (la chiamerò così d'ora in poi) si sveglia, e invece di pronunciare la sua solita frase "perchè hai cambiato canale che stavo vedendo... - manco se lo ricorda - "  afferma perentoriamente: "Il divano fa schifo ora lo pulisco, spostati!". Ma è Lei che parla? Non è che  sta (sto) sognando? Pulire il divano alle undici di sera? Si alza di colpo e via! Non scherzava affatto:  mi costringe ad abbandonare il mio posto, prende lo smacchiatore speciale, bacinella, spugna e inizia a lucidare il divano. E' talmente concentrata e professionale che mi mette soggezzione. Non ci credo! Ma che sta succedendo? In silenzo continuo a guardare la Tv, non oso parlare per non spezzare l'incantesimo e per non aumentare il mio turbamento... anche perchè in questi casi se parlo rischio di dover far qualcosa pure io, e non ne ho proprio voglia!
Dopo mezzora il divano è tornato del colore originale e posso tornare al mio posto, ma la cosa sconvolgente è un'altra. Lei, si sposta in cucina e comincia a lucidare i fornelli. Sono le undici e mezza! Ma che demone le ha preso? Fingo indifferenza, ma spio incredulo e la vedo superconcentrata a lucidare tutti i fuochi (in effetti dopo la sua cura sono tornati al colore originale... non me lo ricordavo neppure che erano d'acciaio), è così attiva da lasciarmi senza parole. Mi sorge un dubbio: ma è proprio lei? Mi avvicino e le faccio una domanda tranello... risponde in maniera corretta: sì, è proprio lei! Sono confuso. Lucidati i fornelli torna sul divano, stranamente non mi costringe a cambiar canale e s'addormenta. Domani tornerà la vera Lei, penso. E riprendo a guardare Golf.
Invece oggi si presenta un altro motivo di grave preoccupazione. Tornati da una simpatica gita fuori porta con amici, sono già le 18.30. Bea si è addormentata e Filippo, stanco morto, si è meritato un po' di cartoni in TV. Ciondolo in casa sistemando stancamente e con una lentezza disarmante alcune cosette rimaste in giro. Vorrei fiondarmi al pc, ma sicuramente lo occuperà Lei. "Ho deciso di sistemare il balcone!" queste lugubri parole irrompono nella calma pre cena. Sì, il virus notturno s'è ripresentato. No, il balcone no! E' impresentabile, ci vorrebbe almeno una giornata per renderlo "normale" e di certo dovrò fare qualcosa pure io! Ormai Lei è già oltre i miei pensieri: è fuori a spostare reperti bellici e a tentare di togliere incrostazioni e macchie dell'età della pietra. Prevengo e mi offro per portare di sotto quanto va buttato e faccio in modo di incontrare qualche vicino per prolungare la mia permanenza oltre la soglia di casa. Fatto sta che dopo un'ora s'arrende e rinvia ulteriori interventi ad altra data. Ricomincio a respirare e prepariamo la cena.
Due episodi in meno di 24 ore: che le starà succedendo? Sono preoccupato! Ho deciso di monitorare con attenzione questa nuova congiuntura che si sta presentando nella nostra famiglia: se la situazione dovesse precipitare dorò farmi trovare pronto! Lei così non l'ho mai vista: non me la immagino come una nuova Rottermaier: non sarei pronto a sopportarne l'urto domestico!

giovedì 5 aprile 2012

Figli e tecnologia

Io e mia moglie siamo molto preoccupati: qualche giorno fa ad un incontro in asilo abbiamo visto che alcuni compagni/e di Bea stavano smanettando alla grande con telefonini o Iphone! Abilissimi e velocissimi sapevano fare di tutto, dai giochi ai messaggi, dalle foto alle applicazioni a noi ignote. Tornando a casa ci siamo detti: ma con due genitori come noi,  così poco tecnologici, i nostri figli come cresceranno?  In casa nostra non ci sono X-Box, Play Station, Nintendo, c’è l’Ipod che solo e inerme spesso giace inutilizzato nella sua dock station, di TV ce n’è una sola (e su quella ha diritto di prelazione la mamma, Inter permettendo) e l’unico che  se la passa benino è il PC.  Dimenticavo, c’è pure l’Ipod di Bea, fresco dono natalizio: simpatico, carino, sempre spento … Abbiamo, lo confesso, pure una Wii che ci è stata appena regalata: bella, intonsa e ancora  impacchettata …. e mi sa che lo sarà ancora per molto. Neppure con i telefoni siamo molto smart (come si direbbe oggi), delle icone o delle funzioni che posseggono ne utilizziamo forse il 10%.
Non siamo contrari alla tecnologia, anzi l’ammiriamo e ne siamo incuriositi, ma apparteniamo ad una categoria strana,  quella del  “vorrei, mi piacerebbe ma non ne ho tanta voglia”. Siamo i pigri della tecnologia: vorremmo che fosse così evoluta che comparisse davanti ai nostri occhi e si auto-installasse  (istruzioni incluse) rendendosi utilizzabile senza eccesso di fatica.  Ad esempio a me piacerebbe essere uno smanettone, ho lo spirito da  hacker, so che se mi ci metto con i video games andrei pure bene,  ma il mio neurone tecnologico sonnecchia, al solo pensiero di doversi concentrare per apprendere istruzioni si  agita e va in ansia, per cui spesso si dà alla macchia  o fa il finto malato. Che ci posso fare? Me lo tengo buono per l’essenziale.
Quindi per osmosi stiamo trasferendo ai nostri figli non tanto ostilità, ma un sano disinteresse per ciò che è techno-virtuale. E’ vero, sono piccoli, ma ho un nipote che, a poco più di tre anni, altro che spada dei draghi alla Filippo, voleva giocare solo con il Nintendo e si arrabbiava con me perché ero troppo scarso e quindi, per certi versi, i miei sono già in super ritardo.
Come cresceranno? Saranno dei disadattati? Non ne ho idea e in questo momento non mi preoccupo più di tanto. Sono certo che di tecnologia ne masticheranno tantissima e che recupereranno in fretta, se vorranno.  Il tema per me più interessante è un altro:  come aiutarli, almeno agli inizi della loro vita, a gustare qualcosa di diverso? Non credo ad astrazioni dal mondo tipo l’Isola dei Famosi, ma sono convinto  che l’unico tempo da recuperare è quello che in futuro la tecnologia rischierà di assorbire o limitare: il tempo delle relazioni fisiche e non virtuali, il tempo del gioco con gli altri, il tempo dello stare all’aria pura, il tempo dei libri, il tempo del dialogo, il tempo del movimento, il tempo della fantasia, il tempo dei pasticci e così via.
Fin che si riesce, sotto con una scorpacciata di queste esperienze, così che Bea e Filippo imparino ad amarle non come alternative alla tecnologia, ma come essenziali per un bel vivere!
E poi vuoi mettere quanto sono rapiti dalle novità tecnologiche portate sporadicamente dagli amici? Eccoli alle prese con il Tablet dello "Zio Paolo".

mercoledì 4 aprile 2012

Le tante prime volte della vita di famiglia

Quante volte si enfatizzano, a ragione,  le prime volte: il primo giorno di scuola, il primo amore, il primo bacio, il primo giorno di lavoro, il primo incidente in macchina, la prima bevuta (beh questa spesso te la ricordano gli altri), la prima notte di nozze, la prima moglie, ops... vabbè ci sono tante prime volte importanti, direi quasi decisive, nella vita. Sono spesso scolpite nei nostri ricordi e rappresentano quelle esperienze che non si scordano. Una giovane famiglia come la mia, soprattutto dopo l'arrivo dei bambini, può annoverare innumerevoli prime volte di vario tipo, soprattutto quelle legate ai figli. Quelle emozionanti e commoventi come le nascite, le prime parole, i primi passi, certi sorrisi ecc. Quelle divertenti come i primi discorsi sensa senso, le prime goffe imitazioni, i primi tentativi di autonomia: troppo simpatici!. Per non parlare dei primi spaventi come il primo super taglio di Bea  sopra l'occhio o quello di Filippo sotto il mento.  Oppure le prime preoccupazioni, come quando Beatrice qualche mese fa tornando dall'asilo mi ha detto "Papà, un  mio compagno mi ha chiesto se gli dò un bacio sulla bocca perchè devo essere la sua fidanzata", " Dammi nome, cognome e indirizzo che ci penso io... - ho risposto immediatamente - e ricordati Bea che ci si fidanza solo quando lo dice papà (meglio essere chiari fin da subito)!". 
Ci sono le prime volte improvvise, quelle  che non ti aspetti e che ti beccano impreparato: la prima volta che ho dovuto portare Bea all'ospedale perchè colpita da uno spasmo laringo faringeo, ero a casa da solo (mia moglie era a Londra) e fu un bel problema perchè  non avevo calcolato un dettaglio: in ospedale si può andare in ambulanza, ma alle due di notte con una bimba di due anni come si fa a tornare a casa? (... per fortuna mia suocera ha il sonno leggero...).
Tutte queste prime volte hanno arricchito la nostra vita di esperienze uniche e hanno spesso segnato l'inizio di fasi preziose della nostra storia familiare.  Grazie a tutti  gli inizi pian piano si sta costruendo e consolidando il nostro percorso. A me piace molto considerarlo come un insieme di inizi. Mi dà la sensazione di continua freschezza e dinamicità:   di apertura e voglia di affrontare e accogliere esperienze nuove. Sono una persona che ama programmare e si sente più sicura quando può preparare o organizzare  in anticipo quanto messo in cantiere, ma  allo stesso tempo riconosco quanto sia utile - e bello -  nella vita di una famiglia la capacità di affrontare il nuovo, le prime volte, con serenità e senza ansie. 

Concludo con alcune prime volte (mi limito ad un estratto...)  "colorate", quelle che non segnano la vita, ma che si ricordano con molta simpatia.
La prima volta che ho cambiato il pannolino a Filippo ho scoperto che per lui fare la pipì non sarebbe stato un problema, per i miei occhiali sì!
La prima volta che ho portato Beatrice e mio nipote a pescare ho dovuto smettere perché si erano talmente innamorati dei vermicelli che non me li volevano più far usare come lenza.
La prima volta che abbiamo fatto una vacanza al mare con Beatrice (aveva quasi un anno), il primo giorno le abbiamo fatto prendere un’insolazione in spiaggia, dopo tre mia moglie è dovuta rientrare la lavoro, dopo quattro ho cominciato a farle fare il bagno in un catino nel giardinetto della casa, dopo cinque sono rientrato a casa un giorno prima... esaurito!
La prima volta che, mentre stavo riprendendo Bea perché continuava ad inciamparsi, una gentile signora mi fece notare che le avevo messo le scarpe al contrario mi sono sentito un vero pirla.



martedì 3 aprile 2012

W Le "maestre"

Mi scopro subito: secondo me "alle maestre"  degli asili (nido e materna) dovrebbero  fare un monumento! So bene che hanno scelto loro questo lavoro, che c’è chi lo vive con passione o chi per necessità. Alcune sono molto brave e altre un po’ meno. Ci sono quelle che ci sanno fare e alcune che forse sono un po' meno sprint. Eppure, secondo me, sono assolutamente da ammirare! A distanza di quarant'anni ho ancora alcuni ricordi delle mie maestre dell'asilo: c'era la suora severa e quella buona, e pensare a loro mi genera ancora molta simpatia.
Quando  mi capita di accompagnare Bea o Filippo, ho la fortuna di incrociare sorrisi, di sentire sempre un saluto accogliente e di vedere i miei bambini scappare in classe. Anche quando partono da casa col broncio, alla vista della maestra si rasserenano.
Probabilmente hanno la fortuna di aver trovato ambienti e maestre giuste e può darsi che non per tutti sia sempre  così; e, infatti, parlo di ciò che ho visto e sperimento.
Torno allora all’assioma iniziale:  sono convinto che il compito di queste maestre a volte sia davvero faticoso e allo stesso tempo importantissimo. Forse anche ingiustamente sottovalutato. Gestire, seguire e animare  decine di bambini che spesso non sanno ascoltare, che se ne vanno per conto proprio, che a volte sono conflittuali per “indole di crescita”, che non sanno stare zitti, che sorridono e il minuto dopo frignano ecc. tutto questo non è mica una passeggiata! Quando me  le immagino mi vengono i brividi: come faranno, visto che ogni tanto io faccio una gran fatica con due soltanto? Ogni volta che le incontro non riesco a non dire loro che le apprezzo e ammiro molto!
Accanto alla fatica so che sentono la responsabilità: passano molte ore con bambini certamente vivaci, ma allo stesso tempo ancora vulnerabili e assolutamente dipendenti dalla loro persona. Questo aspetto le mette in gioco non solo nell'abilità  di rendere bello il tempo trascorso all'asilo, ma di renderlo un tempo di crescita per i bambini. Questa dinamica è complessa perchè impone loro non solo uno sguardo d'insieme, ma anche un'attenzione particolare ai singoli bambini che esige certamente una grande fatica sia fisica che  mentale.
Essere una brava  maestra quindi necessita passione, professionalità, attenzione, carica umana, pazienza, fermezza: come non  riconoscere che tutte queste caratteristiche descrivano un profilo professionale di alto livello?
Con "l'aggravante"  che chi fa questo lavoro non ha certo molte possibilità di arricchirsi.
Si dovrebbe applicare per loro la norma che si adottava  (ancora?) alle guardie di frontiera nei luoghi alpini o disagiati: un anno di lavoro equivale a due per la pensione. Esagero? Come la mettiamo con la riforma delle pensioni? Sarà, ma questo è un lavoro usurante.
In più, oltre ai bambini spesso devono fare i conti con una serie di adulti (noi genitori) con impostazioni, idee e  pretese diverse. Elogi e lamentele, sani consigli e critiche, rivendicazioni o apprezzamenti: tutto e il contrario di tutto. Povere maestre!
Sì, sono dalla parte delle maestre, tifo per loro! Mi auguro in più che, con il tempo, possa essere riconosciuto in maniera molto più deciso il valore e l'alto livello  del loro lavoro!
Spero tanto  che si investa du di loro per supportare il loro impegno affinchè tutti i bambini (miei figli inclusi) ne possano beneficiare sempre con maggiore evidenza.

Sgridare o tollerare?

Odio sgridare i mei figli, arrabbiarmi con loro! Non che non ritenga opportuno e utile in certi casi farlo, d’altronde è un modo brusco ma spesso pratico per far capire quello che va o non va fatto, o ciò che può essere fatto meglio. E comunque ogni tanto ne combinano proprio delle belle!
So che il rimprovero li può aiutare pian piano a riconoscere certi loro limiti (es. aggressività) o addirittura a maturare nel tempo una visione più chiara del “bene e del male” (almeno secondo la  percezione che provochiamo  noi genitori di essi – il bene e l male -   e, anche se non ce ne accorgiamo o non lo vorremmo fare di proposito, ciò avviene, per fortuna mi vien da dire).
Ma quanto mi arrabbio con loro  quello che ci rimane più male sono io. E’ come se leggessi nei loro occhi la sorpresa o la delusione  di vedere il papà (o la mamma, non cambia molto) arrabbiato. A volte non sono neppure sicuro che quello che hanno combinato e che ha scatenato il mio rimprovero, più o meno energico, fosso stato fatto con la consapevolezza, con l’intenzione  di essere cattivi, maleducati, prepotenti ecc. Sono i dubbi che mi sorgono quando magari sgrido per una presunta disattenzione e invece è palese il  limite non ancora superato, quando alzo la voce per richiamare attenzione e probabilmente in quel momento sto dicendo cose che fanno fatica a capire. Oppure perdo la pazienza perché mi sembra di scorgere un atteggiamento strafottente e invece è soltanto un modo diverso di affrontare quella situazione. Peggio ancora è quando divento intollerante ad atteggiamenti o a modi di fare in altre occasioni tranquillamente tollerati, perché in quel frangente sono stanco o irritato da altro. In questi casi so di generare anche disorientamento e sono certo che i miei figli, anche se non osano farlo, in quel momento si chiedono: “perché ti arrabbi papà?”. Infine, qui lo scrivo e qui lo rinnego, mi capita pure di rimproverare un atteggiamento non perché sbagliato, ma perché in quel frangente semplicemente mi dà fastidio.
Detto questo, proprio perché è un modo di fare che non mi piace mi sforzo di sgridare o alzare la voce il meno possibile. Cerco di risolvere il più possibile quello che  ritengo sbagliato con un approccio meno aggressivo, un po’ più conciliante… anche se è spesso, lo ammetto, è molto complicato. Tento di usare un  tono più deciso  solo se valuto un’azione più grave di un’altra: proporzionare il “grado di arrabbiatura” in base  alla gravità dell’azione compiuta, questa è la vera sfida. Sono convinto che questo criterio sia molto importante: è molto più grave dare un pugno sui denti al fratello e alla sorella o sporcarsi un po’ perché si è maldestri nel magiare o nell’utilizzare i pennarelli?. Eppure a volte dal modo e dal tono utilizzato per i rimproveri corrispondenti non si nota la differenza: meglio, i bambini non vedono la differenza dalla mia reazione. So che può essere pericoloso non  riuscire a generare una vera gerarchia rispetto alla gravità delle azioni compiute dai miei figli. Come aiutarli a capire ciò che è più grave o pericoloso? Come favorire in loro  la capacità di saper distinguere un comportamento molto brutto, da uno che oggettivamente lo è di meno? Domande che mi si impongono spesso e sono cifra di un modo di affrontare con i miei figli gli sbagli che loro possono compiere.  
Per fortuna che con i bambini piccoli è semplice ripartire e correggere il tiro in corsa: se anche qualche volta  il modo di intervenire è troppo severo, o addirittura non del tutto giusto, loro dimenticano in fretta. Non sanno serbare rancore e non tengono il broncio, ma ripartono velocemente ricuperando in maniera sorprendente un clima sereno. Il paradosso è che a loro torna in fretta il sorriso, mentre a me è ancora in corso la tristezza per la sfuriata di qualche minuto prima. Ma in questo caso mi vien da dire: beata infanzia!

lunedì 2 aprile 2012

Chi di spada perisce!

Sabato mattina è successo un super danno: Filippo ha fatto cadere inavvertitamente la sua spada dei pirati in un tombino. Purtroppo la grata era cementata per cui il recupero è stato impossibile. Povero Filippo, con un lacrimone gigante agli occhi ha detto addio alla sua amata spada;  un regalo che gelosamente custodiva e usava da un annetto. Era un giocattolo simpatico e  quasi innocuo perché, essendo abbastanza morbida, nonostante lui avesse la propensione alla battaglia, i danni che riusciva a procurare su persone e cose erano limitati. Povero Filippo! Non ho retto alla sua tristezza e quindi, da buon papà che incline alla commozione (versione di mia moglie: incline a eccessiva arrendevolezza), sono subito corso, Filippo al seguito, alla ricerca di una spada alternativa.
In un  negozio di giocattoli  mi sono imbattuto in tre categorie di spade per bambini: quelle gigantesche, quelle pesantissime (povero Filippo riusciva a mala pena a trascinarle), e poi quelle dei draghi: carine, grandi al punto giusto e addirittura con scudo annesso. Senza esitazioni ho comperato quest’ultima e l'ho subito consegnata a Filippo che, con sguardo riconoscente, l'ha  abbracciata come se fosse umana!
Ero contento: danno riparato, Filippo felicissimo!
Arrivati a casa però sono iniziati i problemi. Scartata la spada e scudo dall’involucro mi sono accorto immediatamente di un particolare: la "lama" era durissima! Plastica sì, ma proprio dura, un made in China proprio tosto. Filippo ha immediatamente voluto giocare alla battaglia con la sorella alla quale ha affidato lo scudo come strumento di difesa. Se da una parte Beatrice con lo scudo non era proprio ferratissima e aveva problemi di coordinazione difensiva, dall’altra Filippo, invece, dimostrava una impeccabile padronanza dell’arma a disposizione. Dopo 30 secondi di tentativo di battaglia, Beatrice gettando lo scudo per terra, ha capito che per evitare guai peggiori (s’era già beccata un piao si fendenti sulle mani e in testa) ha preferito arrendersi e fuggire (furbe le femminucce).
Filippo, tristissimo, è venuto da me e mi ha detto: “Papà, Bea non vuole più fare la battaglia con me”: “Ci credo – volevo rispondere – la stavi massacrando”, invece “La tua spada è molto dura, se la usi così puoi far davvero male (ma chi te l’ha comprata????): facciamo così, gioca il papà con te!”. Mi sono attrezzato con un tubo di plastica e lo scudo è ho cominciato la battaglia.
Ho capito subito quattro cose: a. Filippo è portato per la scherma (altro che calcio, sarà il Vezzali dell’Hinterland milanese), b. che quella spada è proprio dura (pur giocando d’astuzia e d’attenzione mi sono beccato delle botte dolorosissime sulle dita), c. che un giocattolo se non maneggiato con cura può fare danni anche alle cose (cfr. segni sul muro e mobili)  d. che sostituire a un bambino di due anni una spada di gomma con una di plastica è stata un’idea del cavolo!
Però alla fine Filippo mi ha detto "Papà, tu sei forte!" ed esausto ha deposto la spada! Speriamo si dimentichi di averla!


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