lunedì 7 maggio 2012

Che cosa non posso dare ai miei figli

Tante volte penso a quello che posso (e devo) trasmettere e dare ai miei figli: amore, l’educazione, l’esempio su come agire, quello di cui necessitano a livello materiale (nel limite del possibile e nell’orizzonte del necessario o dell’utile. Filippo ieri mi ha  detto che lui vorrebbe una nave dei pirati. Vera! Lì non ci arrivo proprio).
La visione delle cose, della vita, la serenità.
L’affetto che si meritano e così via. 
Come papà – e come genitori -, posso,  e  in certi casi devo, saper dare ai miei figli ciò che serve  loro per affrontare la sfida di una vita che in fondo“ho contribuito a scegliere” per loro. 
Io e mia moglie siamo stati “causa” del loro esistere e sarebbe davvero molto brutto non prendere sul serio il percorso che dalla loro nascita li deve condurre all’indipendenza. Sì, brutto, non è da genitori. 
E la responsabilità del genitore è quella di  esserci, e senza deroghe, in questo cammino come presenza insostituibile. Presenza attiva, viva, ferma e tenera allo stesso tempo.
Ma anche un genitore non può tutto. E non deve tutto. Non sarà mai padrone di altre vite, neppure di quelle dei propri figli: ne potrà essere custode e responsabile per un certo periodo. Profondamente unito; ne sarà affezionato, legato da un amore profondissimo, ma mai padrone.
Infatti ci sono un sacco di aspetti della vita dei figli che un genitore non potrà (e non dovrà) mai decidere o determinare.
Un genitore non potrà mai imporre gli affetti e le amicizie. Potrà capitare (e quante volte sarà successo) che un genitore dica ai propri figli che tizio va bene, mentre caio no. Se anche avesse ragione sarà impossibile sostituirsi ai sentimenti di affetto o di amicizia che un figlio potrebbe provare per altri. Non esiste un telecomando che regoli queste dimensioni o che le possa  spegnere. Non esiste un regolatore delle percezioni affettive dell'altro. Si può educare ad apprezzare certi stili, a dare valore a taluni comportamenti piuttosto che ad altri. Ma nell'intimo di ognuno di noi si genera l'affetto.
Che amicizie avranno i mie figli? Di chi si innamoreranno? Chi lo sa!
Un genitore non potrà mai decidere le passioni: se da una parte succede che un figlio, quasi per osmosi, possa condividere sinceramente certe passioni dei propri genitori, dall’altra, invece, spesso accade che ne   abbracci altre, magari totalmente diverse. Addirittura opposte. Le passioni sono un richiamo, di razionalità ed emotività, tipico della persona nella sua singolarità. E’ per passione che  un individuo  abbraccia o l’arte o uno sport;  degli ideali o la bellezza;  la natura e gli animali, i libri e la musica,  chi più ne ha più ne metta. Non si possono imporre, al massimo condividere.
Un genitore non potrà dare le idee. Rispetto ai propri figli sono certo che  si possa influenzare un pensiero o spingere a essere più inclini a determinati valori piuttosto che ad altri, ma quando il figlio diventa adulto e indipendente deve, ribadisco deve,  avere le sue idee. Un suo pensiero. Un suo modo di guardare alla realtà. Una sua – solo sua – capacità critica di fronte a quanto avrà di fronte. La vera sconfitta di un genitore è quando non è così. Da giovane con mio padre spesso mi confrontavo, anche animatamente, su idee o visioni delle cose discordanti. Lui aveva le sue idee ed io le mie: ne andavamo orgogliosi entrambi.
Un genitore non può dare la fede. Ne accennavo nel post di qualche giorno fa.  "Qualunque" Dio non tollera l’imposizione a credere. La fede si gioca nella libertà del riconoscere un Senso al proprio vivere che l’uomo non si auto-genera, ma semplicemente accoglie. In famiglia eventualmente un figlio vede se la fede è vissuta e il bene che può produrre. Ma poi tocca a lui.
Un genitore non riesce a generare capacità. Immaginare la "perfezione" (quando mai?) o particolari abilità per i propri figli significa desiderare per loro eccellere. Creare in loro attese inutili rispetto a proprie presunte doti inesistenti, o semplicemente comuni, significa indirizzarli alla frustrazione. Vale di più una sana e realistica autostima che mille complimenti su quello che non c'è!
Un genitore non può dare la felicità. Ne deve tratteggiare contorni nel presente, indicarla come meta che si conquista o semplicemente a volte si scopre passo dopo passo. Non è detto la conquisti per intero. Ma certamente non può essere consegnata in un pacchetto dono. Nessuno lo può fare per un altro. 
Ci sarò molto altro ancora...essere genitore non è dare per forza, soprattutto quanto non è trasferibile, ma esserci per preparare la via alle vere conquiste della vita.
Poi si libereranno e voleranno a solcare orizzonti tutti loro! Che siano i migliori!
Mi dico pure: per fortuna! Non voglio dei figli cloni di me o di mia moglie… o di chiunque altro ne volesse determinare i comportamenti.  I miei figli, non sono miei: nel senso che le loro vite non mi appartengono e devono potersi costruire attraverso i loro affetti e amicizie. Attraverso le loro passioni e la loro fede. Attraverso il loro modo di ricercare la felicità. A noi genitori il compito di preparare la strada.

venerdì 4 maggio 2012

Febbre da Derby!

Nella nostra casa, nonostante una mamma calcisticamente superagnostica (peggio per lei!), si respira una sana aria nerazzurra! Nessun scrupolo educativo, nessun timore di essere accusato di plagio. Nessuna remora morale rispetto alla possibilità che i miei figli possano vivere 45 anni in  attesa di rivincere una nuova champions (ma qui tocco ferro!).
Sono papà tifoso.  Un sano (o insano?) italiano medio che ama il calcio, nonostante mia moglie mi conceda al max due partite in tv alla settimana.  Senza eccessi – non sono un ultras -  e da sempre Interista:  non ho potuto esimermi dal  trasmettere, pian piano  e con una costante  pressione psicologica, questa “fede calcistica” ai miei figli. Son partito con l’abbigliamento: magliette, pigiamini, sciarpe, calzini e pupazzetti vari. Si chiama “familiarizzazione” con i colori.  Sono caduto solo sulla felpa per Bea: le avevo comperato quella delle Monelle Nerazzurre (rosa come piace a lei), ma quando le ho detto che era la Super felpa delle monelle mi ha risposto: “Io non sono Monella papà!” e non l’ha voluta indossare. Mi sono rifatto col suo “battesimo a San Siro” durante Inter – Chievo dell’ottobre scorso. Vittoria striminzita, ma pur sempre 3 punti in cascina (era un periodo nero!) e Beatrice che mi chiede al goal di Thiago Motta: “Papà, che cosa devo fare?!”. Esperienza simpaticissima … e la prossima stagione battezziamo pure Filippo.
La mamma spesso ascolta inorridita i miei figli che quando vedono qualcosa di nerazzurro dicono: “Papà, guarda è dell’Inter”. O come quando si imbattono  in  immagini rossonere o bianconere dicono Bleeee. O come quando faccio ascoltare loro “Pazza Inter amala" incitandoli ad impararla a memoria come le loro amate canzoni dello Zecchino. La mamma scuote spesso la testa, ma ormai non ha più il potere di intervenire! E’ tutto fieno in cascina. I miei figli sono ormai a tutti gli effetti  interisti in erba e lo riescono pure a dimostrare! C’è ancora molta strada da fare: non reggono ancora la partita in TV, ma cresceranno! Quando si semina sul terreno giovane i primi frutti arrivano in fretta e quando saranno maturi sarà uno spettacolo!
Nella vita si riesce praticamente a cambiare tutto ma la squadra del cuore NO: questa convinzione mi permette di guardare soddisfatto al futuro nerazzurro regalato ai miei figli!
E domenica sera mi auguro che,  a Derby in soffitta, il sorriso di Filippo e Bea sia quello gongolante del papà! Nonostante il favore che potremmo aver fatto ai bianconeri! (ma anche su questo tocchiamo ferro!)

giovedì 3 maggio 2012

“Papà, perché Gesù ci ha inventati?”

Beatrice: “Papà, perché Gesù ci ha inventati?”. Rispondo, preso un po’ alla sprovvista: “Perché il mondo che aveva già alberi, boschi e animali, potesse essere abitato anche da uomini”. “Ma Gesù è anche un uomo?”, riprende Beatrice: “E’ il figlio di Dio, che però ha voluto diventare uomo come noi per insegnarci a  volerci bene”… vado un po’ a memoria, e Bea, distratta da Filippo che le ha rubato il suo polipetto, non approfondisce e per certi versi tiro un sospiro di sollievo.  Non per mancanza di preparazione, ma perché mi costringe ad uno sforzo importante rispetto al tentativo di spiegare in modo comprensibile. L’ora di religione all’asilo la sta stimolando a porre spesso domande. Le sorgono però improvvise, frutto della sua elaborazione poco razionale e molto istintiva. Domande che hanno un loro senso, ma che non hanno ancora un terreno su cui fondarsi per cui le risposte sono sempre difficili da calibrare o formulare in modo per lei soddisfacenti.
Ma al di là di una seppur sommaria valutazione della capacità di comprendere di mia figlia, rimane aperto in me il tema che queste domande aprono: quello della fede. Nella mia esperienza, nella mia formazione, nella mia vita si apre un mondo importante al quale non mi voglio addentrare, per ora. Mi limito a considerare questo approccio (la fede) alla vita che coinvolge molte persone, ne sfiora altrettante e viene ignorato ugualmente da molte altre.
Credere in Dio, avere un fede di riferimento. Decidere per sé che esiste la possibilità di affrontare la vita con orizzonti che possono trascendere la nostra mente o il nostro essere razionale. Affidarsi ad un Dio apparentemente lontano, ma per fede tanto vicino. Costruire il proprio patrimonio di valori, di senso dell’agire non esclusivamente su un’etica condivisa, o personale o su costumi socialmente assimilati, ma su “comandamenti”, sul Vangelo. Tutto questo e molto di più, ad un certo punto e in qualche modo, entrerà anche nella vita dei miei bambini. Che sia io come genitore a facilitarne il percorso o sia determinato da quanto incontreranno nel contesto sociale in cui si troveranno inseriti, o semplicemente da come sapranno vivere il richiamo di un mondo ricco di simboli religiosi che siano cristiani, musulmani, buddisti; a prescindere da tutto questo con il credere in qualche cosa avranno a che fare. Anche il non credere in nulla, alla fine è un credere.
Su questi aspetti della vita, senza particolari slanci e senza costrizioni di tipo fondamentalista (caratteristica ben lontana dal mio essere) mi piace fare vedere che “sono di parte”. Che quello che fa bene a me può certo non far male a loro. Poi saranno loro a discernere con la loro coscienza, all’interno di un probabile lungo percorso di maturazione personale a quale fede affidarsi.
Intanto so che devo attendermi altre domande, e col tempo, accanto a quelle, un sacco di dubbi: ma se tutto quadrasse o fosse scontato che gusto ci sarebbe?


martedì 1 maggio 2012

Lavoro e futuro

Credo che anche questo c'entri con l'avere una famiglia. E mi va di scriverne.
Lo ammetto non ho praticamente mai dato tanto peso al 1 maggio. L’ho spesso cercato sul calendario come giornata colorata di rosso, per capire dove si collocasse nella settimana, un po’ come per il 25 aprile. Mea culpa. Ma dove sono cresciuto di manifestazioni non ce ne sono mai state, il I maggio era una festa da vivere in campagna o in vigna ad agevolare l’inizio della primavera. Mio padre ha sempre festeggiato questo giorno lavorando. E anche col passare del tempo, nonostante si fosse accresciuto in me un maggior senso civico ed un interessamento alla politica (concorso esterno lo definirei...), a parte la sporadica visione del Concertone, a questa giornata non ho mai saputo dare significati particolari. Altra mea culpa. Oggi però qualcosa è cambiato. Sia io che mia moglie abbiamo la fortuna di lavorare: un’occupazione che ci permette di vivere serenamente. E’ possibile che questa condizione ci faccia sentire quasi dei privilegiati? In questo ultimo anno alcune persone a me prossime il lavoro lo hanno perso.
Sembrava tutto filasse via liscio, che la vita procedesse sul binario stabilito per te e chi ti circonda e invece quando senti un amico che ti dice che ha perso il lavoro, qualcosa frana anche dentro di te. Quando persone a te care ti trasmettono, con grande dignità, le preoccupazioni legate ad un futuro senza lavoro ti accorgi che qualcosa sta realmente cambiando.
Non ho mai pensato al lavoro in sé come ad una possibilità di sostentamento: il lavoro è per me un modo per mettermi in gioco, per contribuire a costruire qualcosa. Ma è anche bisogno, necessità: senza lavoro che ne è della tua famiglia, dei tuoi figli, del futuro?
Pochi giorni fa un altro mio amico mi ha comunicato di aver perso il lavoro. Ho letto la tristezza nei suoi occhi, in quelli della moglie. Ho letto seria preoccupazione per il mutuo da pagare, per la vita che rischia di diventare un’incognita. Mi sento sempre impotente in questi casi perché non ho potere, influenze, entrature particolari. Non riesco a rendermi utile come vorrei: riesco solamente a dare idee, a tenere gli occhi aperti per segnalare quello che salta fuori. Cerco di stare vicino, almeno. E fuggo al pensiero che possa capitare anche a me.
Sono, di natura, una persona positiva e cerco di trasmettere questa visione anche se a volte è complicato, ma in questi mesi mi ritrovo a tener dentro una grossa rabbia. Ho l’impressione che si stia consegnando a noi, generazione di mezzo, un futuro in salita (Per i miei figli mi limito a sperare cambiamenti radicali, ma non vado oltre). Tutto questo mi pare accada non come ineluttabile destino legato a chissà quali cicli storici o sociologici o economici, ma perché spesso chi ha tenuto in mano le redini della guida ( a vari livelli, politico, finanziari e così via) ha spesso ritenuto il benessere dell’oggi molto più importante di quello del domani. Semplicemente ha ritenuto ininfluente, o almeno molto meno importante,  il destino di chi sarebbe venuto dopo. Esagero?  Non credo. In questo 1 maggio un certo velo di ipocrisia è stato tolto da molti volti: il mio prima di tutto, perché mi sono reso conto del peso che il lavoro ha nella vita delle persone, ma anche in quello di tante personalità politiche che hanno ammesso, non solo che è “un brutto primo maggio”, ma che il lavoro non c’è.
Questo non basta, però. Non è sufficiente per chi questo presente ha il diritto di affrontarlo con serenità, non con ansia e timore. Non è sufficiente per chi ha energia, capacità, voglia di costruire e non può farlo. Non me ne frega niente dello stipendio dei politici, dei manager, dei magistrati, dei prefetti, dei banchieri (non i poveri bancari),  di tutti quelli che hanno posizioni e responsabilità: a me interessa solamente che dimostrino di valere, che recuperino la dignità del ruolo che occupano per costruire il futuro, non per affossarlo per interessi incomprensibili e marginali. Chi non è in grado, poi,  si accomodi fuori dalla porta, perché il futuro di tante generazioni è molto più importante del benessere o buon nome di chi occupa indegnamente certe poltrone!
Che il prossimo sia un 1 maggio con un po’ più di sole!


lunedì 30 aprile 2012

Dare e chiedere: che cosa è più difficile?

Quando osservo i miei figli mi rendo conto che tra loro e me (e credo anche con parte del mondo adulto in generale) ci sia una grandissima differenza. Precisamente: per loro è naturale e necessario chiedere. Chiedono a me, alla mamma, ai nonni; chiedono alle maestre, alle amichette, l’altro giorno in un negozio in montagna mia figlia ha chiesto alla signora alla cassa “mi puoi dare una caramella?”, sono diventato rosso come un peperone e la distinta padrona del negozio ha fatto finta in modo davvero professionale di non sentirla. I bambini non si pongono problemi, nessun pudore: chiedere è parte di loro, una sorta di dimostrazione esplicita di dipendenza. Ma c’è pure l’altra faccia della medaglia: fanno una gran fatica a dare, a condividere. Nonostante gli inviti a farlo. Nonostante, soprattutto quando sono tra amici, cerco di far capire che per poter giocare insieme è necessario mettere in comune, almeno temporaneamente,  quanto custodiscono nella loro cameretta. Insomma, “è Mio!” è declinato regolarmente e senza sconti. In verità, più passa il tempo più questa possessività si attenua ma il chiedere e il dare in loro non sono ancora ben riconciliati: quanto è naturale il primo, tanto è faticoso il secondo.
Diverso è lo scenario che si apre nel mondo a cui appartengo, quello adulto. Senza generalizzare mi limito a descrivere, in punta di piedi, lo scenario che mi appartiene e che vedo attorno a me.
E’ molto più semplice dare che chiedere. In fondo dare, anche al di fuori (soprattutto fuori) della cerchia della famiglia, genera soddisfazione, ti fa sentir utile, in certi casi ti permette – in maniera implicita, magari non premeditata – di generare una sorta di dipendenza rispetto a chi riceve. In fondo è come generarsi molti crediti. E il credito ti lascia libero nella decisione di esigerlo, il debito invece non dipende da te. Inoltre, talvolta, la diretta conseguenza del dare (e questo vale soprattutto in casa) è la rivendicazione: “ho fatto, ho detto, mi sono ricordato, ci ho pensato io … invece tu…”. In questi casi mia moglie, ad esempio, non me le manda a dire e mi risponde: “se non ti andava di farlo, potevi lasciar perdere..”. Tiè!
Il chiedere, invece, necessita uno stato d’animo diverso e un modo diverso di mettersi in gioco. Chiedere (e questo vale molto più fuori casa che in casa) costa fatica per questi motivi principali: perché dimostra che non si è autosufficienti e perché non si è certi della risposta (a chi non fa paura sentirsi un no). Chiedere tempo, cose, favori importanti, impegni non è assolutamente semplice. Per analogia al dare, qui si originano debiti, meno interessanti dei crediti. Non so se questa sia una dimensione antropologica, forse è più una dimensione della generazione a cui appartengo. Comunque se capita che un mio amico mi chiede una cosa importante sono contento perché ha deciso di mettere in gioco questa fatica con me: un bel segno di fiducia!

sabato 28 aprile 2012

Una serata movimentata

Quella di ieri è stata – lo posso proprio ben dire -  una serata davvero particolare. Nulla di straordinario, ma un insieme di micro fattori imprevisti che hanno trasfomato due ore ruotinarie in una serata diversa.
Passo ad una cronaca rapida e temporalmente dettagliata, che è più eloquente di qualsiasi formula prosaica.
h. 18.50 eccomi a casa!
h. 19.15 mia moglie mi avvisa che ha l’appuntamento del parrucchiere alle 20.30 (ma che orario è???)
h. 19.30 Bea s’addormenta sul divano mentre sto preparando la cena
h. 19.35 Bea russa, Filippo protesta perché non sente bene il suo cartone. Porto Bea a letto. Vestita.
h. 19.50 Mi metto a tavola con Filippo e cerco di di “sfamarlo” in maniera decente
h. 19.55 mi telefona un amico (Paolo) che si autoinvita a cena (metto sui fornelli l’acqua per la pasta e improvviso un sughetto gustoso e veloce:  acciughe, pomodorini – ne ho solo quattro ma bastano per dare un po’ di colore -, capperi e tonno).
h. 20.30 arrivo di Paolo e termine cena di Filippo
h.20.35 scolo la pasta e faccio compagnia a Paolo mangiando la mia superpasta!
h. 21.15 impongo a Paolo di starsene tranquillo sul divano mentre metto a nanna Filippo
h. 21.45 rientro a casa della mia dolce metà: il taglio di capelli scelto non è mica male… sembra pure ringiovanita.
h. 21.46 Mia moglie ha fame e protesta perché non le ho comperato le patatine
h. 22.15 Paolo e mia moglie stanno dormendo sul divano, Filippo e Bea nel loro letto: sono libero!!! E’ andata meglio del previsto. Sistemo rapidamente la cucina e mi impossesso del telecomando. Volume basso per non svegliare nessuno e  mi gusto la mia ora di Tv tutta per me. Evento rarissimo.

Nulla di quanto avevo programmato o immaginato per questa serata si è realizzato. E mentre scrivo sorrido perché è proprio questa imprevedibilità a dare un tono diverso al tempo che trascorro. Amo i rituali, sono fondamentalmente un abitudinario, non sopporto le cose fatte all’ultimo minuto o perennemente di corsa,  ma allo stesso tempo le improvvisate mi rianimano. Mi piace poter vivere  sapendo che possa esserci in agguato l’effetto sorpresa: mi allena al problem solving. In questo devo ammettere che ho imparato molto da mia suocera. Di fronte a qualsia imprevisto, piccolo o grande che fosse, non l’ho mai sentita né lamentarsi né imprecare, semplicemente si limita ad affermare: “non c’è problema”, ed inizia  ad affrontarlo. Non sono un tipo  così tranquillo da reagire sempre in questo modo, ma anche di fronte ad imprevisti che mi rompono solennemente, negli ultimi tempi, ho iniziato a guardare a ciò che si mette di traverso con uno spirito diverso. Sto cercando di sostituire il tempo e lo sforzo della protesta,  della recriminazione o dell’imprecazione con quello del “vediamo che si può fare”.
Eccolo, Paolo s’è svegliato (h.24.10), vado ad indicargli la via per uscire. Il dover tornare a casa: questo sì, per lui,  è un bell’imprevisto.

venerdì 27 aprile 2012

Linguine per l'amico Paolo!

"Pronto! Chevvuoi, bestiaccia?!" rispondo al cell.
"Ma dove sei?" Dice Paolo.
"E dove vuoi che sia, a casa, fra poco dò da mangiare ai piccoli, perchè La mia dolce metà è dal parrucchiere"!
"Parrucchiere a quest'ora?"
"Per la verità ha l'appuntamento alle 20.30, sai Milano è una città "moderna", qui lavorano sempre, sono avanti!"
"Allora vengo a trovarti,  - pausa - ma cheffai da mangiare?"
"Per i bimbi frittata, focaccia e verdure, a te - ho intuito il messaggio -  posso aggiungere un bella bistecca!"
"No, fammi la pasta. Ho voglia di pasta!"
"Mo' fai pure gli ordini?.. ti vanno bene linguine con acciughe e tonno e due pomodorini!"
"Benissimo, poi mangio anche un po' di frittatina! Prendo la moto e arrivo!"
"Porta almeno da bere!!!"
Ha già riattaccato.

Venerdì, h. 19.45, la telefonata di fine mese dell'amico Paolo!
Ognuno ha gli amici che si merita!
... ma le linguine me le mangio pure io!!!





giovedì 26 aprile 2012

Il Blog e il Golf

Sono due le realtà-eventi-esperienze che mi hanno scombussolato la vita in questi ultimi due mesi: il Blog e il Golf. Del primo un po’ ho già parlato in tono autobiografico sottolineandone i salutari aspetti catartici che sta generando nella mia esistenza e del fatto che mi piace, mi diverte e mi aiuta a pensare a quello che vivo e faccio soprattutto dentro la mia famiglia. In più mi aiuta in una cosa fondamentale: quando Filippo si sveglia (tra le 0.30 e l’1,30) chiamando papà, mi trova pronto alla risposta!
Non ho ancora messo del tutto a fuoco eventuali aspetti negativi o potenzialmente tali: tipo la cronica riduzione delle ore di sonno … scrivo, leggo, sbloggheggio a destra e a manca dopo le 22.00 (quando il silenzio regna in casa, con bimbi a nanna nel loro comodo lettino e moglie che tenta di vedere per la 10ma volta la stessa puntata di Gray’s Anatomy); o l’insana tendenza ad annotare battute, espressioni, domande simpatiche o curiose dei miei figli per non dimenticarle … potrebbero ispirare post; o la più battagliera tentazione di "contrastare" il dominio delle mamme Blogger (ma quante sono!!), e chissà quanti ne emergeranno  in futuro …
Il Golf invece è piovuto nella mia vita come una meteorite improvvisa. Un po' di storia. Mia moglie è rimasta colpita dal fatto che a partire da quest’estate mi fossi appassionato al Golf in TV. Quasi per caso, in una domenica estiva, piovosa e senza figli nei paraggi,  mi sono messo per disperazione a guardare un torneo di Golf ed è scoccata inaspettata la scintilla! Da allora, appena posso, i tornei dell’European Tour e quelli del PGA Tuor sono miei. Sono fans dei Molinari, di Manassero, di gagli e dei vari campioni internazionali come Roy Mcilroy, Sergio Garcia, Bubba Watson ecc. E’ uno sport conciliante e mi coinvolge,  e - elemento non secondario -  se voglio far dormire i bambini con due buche sono già nelle braccia di Morfeo!
Ma la vera svolta è stata un’altra: per il mio compleanno ecco che la meteorite, già in viaggio, precipita sulla mia testa, ricevo in regalo una busta con un voucher per 5 lezioni di Golf! Offerto dai miei suoceri su suggerimento della mia dolce metà. Sogno ad occhi aperti: ho poco più di 40 anni, il mio fisico è (quasi) da buttare se si tratta di correre, ma col golf potrebbe avere un sussulto  e dimostrare di essere nato  per tirar mazzate ad una pallina. Sogno e ri-sogno una folgorante carriera: il campione venuto dal nulla! Obiettivo: in 3 anni sarò presente da favorito nei  tornei internazionali! L'Augusta Masters sarà miooooo! Ce la posso fare!
Eccomi emozionato alla prima lezione: arrivo in questo Golf Club (… abbastanza di livello) e noto subito che la mia auto e il mio abbigliamento favorirebbero un più logico accostamento ai pur competentissimi giardinieri o manutentori dei green, non assomiglio per nulla ai giocatori presenti. Non mi scoraggio - l'abito non fa il monaco -   anche perché tutti sorridono e salutano. Mi presento al maestro e la prima cosa che mi dice, per incoraggiarmi, è questa: “Guarda, dopo queste lezioni o comincerai ad amare il golf e non vorrai più staccartene, o lo odierai …di giocarlo comunque, in così poco tempo, non se ne parla”. Ho fiducia, sono carico e sono orgoglioso di natura e mi dico: “Mò ti faccio vedere io, alla TV ho studiato ogni movimento e ti stupirò”. Ferro 6 in mano, secchiello con le palline ed eccomi sul campo pratica per i primi colpi. Colpi, non esageriamo, … le prime 10 palline non le ho manco prese. In Tv sembrava così semplice! La faccio breve. Qualche soddisfazione me la sono presa: ho sparato un po’ di palle oltre i 100 mt, mi sono comperato un cappellino antipioggia fenomenale e il guanto professionale (almeno li vendessero a coppia li avrei potuto riciclare per altre cose), ho fatto alcuni approcci al green a “pallonetto” (lo so non si dice così, ma sto sport usa tutte ste parole in inglese: lingua che non solo non conosco, ma aborro). Ho pure avuto per più giorni dolori alle spalle, alla schiena, al polso (non si suda ma si muovono certi muscoli che non sapevo neppure di avere!) come se avessi davvero fatto sport! Insomma non odierò il Golfo giocato, ma ho compreso che  per imparare a giocarlo decentemente dovrei prendermi un paio d’anni d’aspettativa, trovare uno sponsor che creda in me e assumere una Tata a tempo pieno per casa mia (e servirebbe un ulteriore sponsor). L'alternativa:  continuare a godermi questo sport dal divano di casa mia!
Quindi oltre alla famiglia, al lavoro, agli amici, all'Inter, alla lettura, alla montagna e  a qualche hobby secondario, non mi resta che darmi al Blog!

mercoledì 25 aprile 2012

Pensare il futuro dei figli

Ogni tanto immagino i mei figli alle prese con il loro futuro: in contesti belli, armonici, in vite riuscite,  ma anche alle prese  con situazioni complicate o con scelte problematiche. Me li immagino contenti o in difficoltà; felici o magari in crisi e costretti a decisioni importanti. So che nella vita può succedere di tutto: che tutto fili via liscio o quasi, o che si percorra, per scelta o per necessità, una strada piena di ostacoli. Vorrei fin da subito far capire loro che mamma e papà ci saranno sempre;  che il loro papà (in questo momento lo dico soprattutto a me stesso) anche se magari in certe circostanze farà fatica (o non ce la farà del tutto) - e non non potrà non dire la sua -, li auterà a scegliere il loro destino con libertà e serenità. Li osserverà da lontano, ma farà in modo che non se ne accorgano perchè possano camminare da soli, come sarà giusto che sia. Vorrei che non dubitino mai del contrario.
Perchè scrivo questo? Che cosa centra con due bambini di 2 e 4 anni? Non è un po' presto per disegnare questi scenari?
Scrivo questo per ricordarmelo da subito, perchè non è scontato. Lo scrivo perchè il tempo passa in fretta. Scrivo questo perchè  il confine tra considerarmi padrone e non semplicemente custode del destino dei mie figli è sottile. E non voglio che sia così. Lo scrivo perchè mi piacerebbe far respirare loro fin da subito un aria di vicinanza mista a rispetto (nelle giuste proporzioni legate ai gradi di crescita) della loro autonomia e libertà. Scrivo questo per riuscire a non  dissolvere il ricordo di quanto ho vissuto.
I miei genitori, a volte con molta fatica, hanno accettato sempre le mie scelte, ma ancor di più le hanno sostenute anche quando andavano controcorrente o non erano del tutto condivisibili. Se sono caduto mi hanno aiutato a rialzarmi senza dirmi nessun "te l'avevo detto", non sarebbe servito a nulla. La lezione l'ho imparata da solo. A me piacerebbe essere così: oggi il mio (nostro, mio e di mia moglie insieme) compito  è quello di aiutare a crescere Bea e Filippo in modo che siano in grado di camminare da soli. Forti e sereni (e tanto altro), nel limite del nostro e loro umano, dentro loro stessi.
Lo scrivo, infine, perchè perchè possa imparare, nei e dai miei stessi pensieri, ad affrontare eventuali successi o insuccessi dei miei figli non come se fossero miei, ma loro; non come se, nei casi negativi (nella speranza che comunque non succedano mai), fossero un danno per me, ma per loro; e quindi con indispensabile non il mio giudizio, ma la mia prossimità.
Insomma sogno fin da ora, quando li osservo così bambini, così innocenti, così sereni, che possano sempre avere nei loro genitori un rifugio sicuro a cui tornare in ogni momento... e in ogni condizione.


martedì 24 aprile 2012

L’amore ci vede bene!

A certe evidenze, secondo me,  non si deve girare attorno con il timore di chiamare le cose come stanno. Mi spiego. Sembra quasi che il senso del pudore non sia un atteggiamento legato solo a certi aspetti della vita, quelli della sfera intima, pare invece, a volte, legato anche a ciò che invece dovrebbe essere più naturale ed evidente. Quando si parla di famiglia, di figli, spesso si tende ad analizzare l’insieme delle dinamiche che caratterizzano non solo l’insieme delle relazioni, ma anche quelle che definiscono  ruoli o  funzioni (brutta parola). Si va a fondo nell’affermare ciò che è importante fare, quali collaborazioni sono fondamentali. Si è particolarmente attenti a stabilire i confini entro i quali collocare il rapporto di coppia, indicandone caratteristiche e contorni con chiarezza.
Esistono infinite teorie legate a come rapportarsi con i figli, a quali percorsi educativi affidarsi per il loro bene. Sono davvero tante le raccomandazioni, i consigli, le coordinate comportamentali suggerite, le soluzioni prospettate di fronte ad ogni situazione possibile. E sono ancora di più quelli che si sentono depositari della scienza dell’essere famiglia. Pedagogia, psicologia, sociologia tutte giustamente coinvolte nello studio  del microcosmo familiare.
Nella mia vita per abitudine e passione ho letto molto, ho avuto la fortuna di incontrare autori e libri molto profondi; saggi ricchi di stimoli e prospettive davvero utili per la mia vita. Ho trovato anche molto dilettantismo e molta arroganza come se tutto fosse riconducibile a semplici formule comportamentali, neppure fossimo dei robot  programmati  per eseguire.
Val  la pena leggere, confrontarsi, mettersi in gioco e avere l’umiltà di considerarsi sempre in cammino. Ma spesso dentro tutto questo per fortuna c’è un aspetto che sa rompere le uova nel paniere, che non si lascia ridurre a formule o semplici teorie. Che sa rendere imprevedibile ogni situazione data per scontata. Che sa dilatare il positivo o recuperare l’irrecuperabile. Che supporta le fatiche e sa ridare energie anche quando sembrano ormai esaurite. Parlo dell’amore che unisce i mariti alle mogli, i genitori ai figli e i figli ai genitori. Sì proprio lui:  l’amore, quello che in questo caso non è  cieco,  ma ci vede bene! Possiamo scrivere montagne di libri e proporre decine di teorie sulle relazioni familiari, ma se non c’è l’amore tutto si spegne inesorabilmente. Non si deve aver paura di riconoscere quanto sia necessario l’amore come collante di ogni rapporto, come anima del modo di affrontare la vita con i suoi alti e i suoi bassi. L’amore che ha dentro di sé affetto, ragione, passione, desiderio, gratuità: questo sentimento garantisce attaccamento, dedizione, unione profonda, fedeltà. Troppo spesso ci si concentra su particolari, senza cercare di ridare ossigeno a ciò che conta! Forse per pudore? È come se nel darlo per scontato non se ne riconoscesse più la necessità o l’importanza.  Cos’è la collaborazione in una coppia senza amore? Un rincorrersi di rivendicazioni. Cos’è l’educazione dei figli senza l’amore: un semplice manuale comportamentale. L’amore rende sempre più solida una famiglia, la rende più viva e le  permette anche di sbagliare, perché sa andare all’essenziale. Sì perché ci vede bene! Molto bene.

lunedì 23 aprile 2012

"Rivoluzione silenziosa"?

I "Padri e la cura familiare" (http://genitoricrescono.com/i-padri-e-la-cura-familiare/) un interessante articolo proposto nel sito Genitori Crescono. Finalmente si affronta, a mio avviso, il tema in oggetto con uno sguardo diverso: non più con un occhio al passato o con la tendenza di affermare le differenze o i limite di una parte in casusa (spesso il padre), ma col desiderio di registrare quanto sta avvendendo per porlo sul tavolo. il tavolo di una riflessione serena su scenari che possono aprire a dibattiti diversi e magari più interessanti.
A mio avviso è in atto da tempo una specie di “rivoluzione silenziosa” . Purtroppo molti dibattiti o interventi ancor oggi sottolineano ancora (forse perchè fa più share)  la distanza nelle “cose di casa” (compresa la relazione con i figli) tra il marito e la moglie senza, invece, di cercare di evidenziare ciò che sta succedendo. E quello che sta succedendo, a mio avviso, è ben detto nell’articolo sopra linkato. In questa rivoluzione non ci sono né vincitori né vinti: ci sono coppie che serenamente affrontano un cammino con la coscienza che lo devono fare insieme attraverso una compartecipazione di quanto necessita fare vissuta, non dico al 100% in modo naturale, ma in modo certamente più spontaneo. Questo vale per quanto è necessario fare in casa e per la modalità di “gestione dei figli”. Non ci sono mammi (termine orribile) né ci sono madri “assenti” o più “maschili” (non so che termini usare). Ci sono sia madri che padri che pian piano si stanno trasferendo spazi di presenza, senza per questo ridurre o elevare la propria identità. Magari ci sono padri meno autoritari e madri più affaticate da una vita che a volte rimane a “doppio incarico”; magari ci sono padri che con fatica sanno essere comunque autorevoli e stanno cercando di trasformare la propria disponibilità in abilità (mi sento tra questi), nonostante l’assenza di maestri; magari ci sono madri che si buttano talmente tanto nel lavoro da dimenticarsi che il loro essere madre non è sostituibile… e così via. La società cambia e si evolvono le dinamiche relazionali e di ricentrano le identità, ma la società rimane imperfetta e questo implica cammini faticosi. Mi auguro solo che si inizi a spostare il dibattito, su quello che è in essere oggi e non su quello che era, anche solo in un recente passato, lo scenario in vigore.

domenica 22 aprile 2012

Bimbi bagnati, sporchi ma contenti

Qualche giorno fa sono riuscito a tornare a casa un po’ prima dal lavoro “grazie” al dentista… ho recuperato i bimbi un po’ prima del solito e prima di tornare a casa sono andato con loro a fare un giretto al piccolo parco vicino a casa. Dopo giorni di pioggia un barlume di sole non poteva non essere sfruttato e quindi un po’ d’aria aperta non poteva che giovare. Unica incognita: il parco era disseminato degli effetti delle piogge passate, cioè era pieno di pozzanghere. Per fortuna i mie bimbi avevano gli stivali ai piedi quindi non mi sono preoccupato più di tanto. Arrivati alla zona giochi hanno iniziato a giocare con alcuni loro compagni: scivolo, altalena, casetta, dondoli vari, griglia per arrampicarsi. Tutto a cento allora come se all’asilo avessero riposato tutto il pomeriggio. Ma ero certo che non era così: ma dove trovano tutta questa energia?
Tutto procede secondo il solito copione tipico del parco, in più con Filippo ormai più autonomo per me è rilassante osservare loro e i loro amichetti che giocano.
Ad un certo punto però si scatena “l’inferno”: esauriti i giochi classici vedo che il gruppetto di bimbi osserva in modo sospetto una mega pozzanghera. Sento un paio di mamme e nonne che iniziano ad intimare ai loro figli/nipoti: “Non avvicinatevi, non vi dovente sporcare o bagnare! Mi raccomando!”. Mi limito ad osservare la scena mentre Filippo e Bea (prima Filippo per la verità) cominciano ad incamminarsi nella pozza. Saggiamente – anche se con il volto imbronciato -  nessuno li segue, le minacce ricevute hanno sortito i loro effetti. I miei due invece sono dentro la pozzanghera e sorridono divertiti. Mi avvicino e dico: "Ok, potete camminarci ma piano, va bene?”. Non faccio in tempo a terminare la frase che Filippo, manco a dirlo, comincia a saltare: è più forte di lui, quando vede una pozza lui deve saltare! Bea, raggiunta dai primi schizzi, decide di fuggire a stivaletti levati… e, manco a dirlo, inciampa, … nella pozza naturalmente. È bastato un minuto! Bea è bagnata dalla giacca ai pantaloni e Filippo che, la osservava divertito, invece s’è  inzuppato “solo” dalla cintola in giù.
Da una parte le altre mamme e nonne presenti mi guardano con uno  sguardo compassionevole Chissà che pensano), dall’altra Filippo e Bea sorridono, per nulla infastiditi dalla loro condizione buffa.. e bagnata!
“Filippo, Bea  che disastro (in effetti sono ridotti maluccio… e non riesco a non sorridere “sotto i baffi”)! Corriamo subito a casa!”. Dopo pochi minuti sono entrambi in vasca per un salutare bagno caldo (ma di questo avete forse già letto venerdì sera).
Bagnati, sporchi ma contenti … e sorridenti!



Due parole sulla libertà

Qualche giorno fa ad un mio amico che si lamentava perché per “colpa” dei figli non riusciva più ad essere libero come prima istintivamente gli ho detto “Per me la libertà sono proprio i miei figli e la mia famiglia!”. Mi ha guardato in modo un po’ strano. L’ho sparata così grossa? Mi sono lasciato prendere la mano con le mie teorie a volte un po’ sopra le righe? Allora ho cercato di argomentare: “Alla fine la libertà è quello che scegli di fare, non quello che pensi di non poter riuscire a fare o quello a cui credi di rinunciare. Sei libero se in quello che decidi di fare sei contento e ti senti al tuo posto. Per me è così.” Mi ha risposto: “ Mah, , io so che quando desidero fare una cosa o ripenso con nostalgia a quello che un tempo facevo quando non avevo  la famiglia, mi sembra di essere meno libero. Non dirmi che anche a te non capita questo!”. “Come no, ma non tanto rispetto al passato, per ora di nostalgie non ne vivo, non perché il mio passato sia stato brutto, anzi, ma perché il presente mi va benissimo com’è. Quanti vorrei ma non posso mi sono detto o ho pensato. Ma la libertà non è legata alla singola azione desiderata e non fatta. Non bisogna ridurla. Per me la libertà è qualcosa di più, per cui anche se in certi momenti non riesco a fare quello che mi sarebbe piaciuto, non per questo mi sento meno libero.” … drin dirn drin… suona il suo cellulare deve andare, è arrivato il suo “appuntamento di lavoro”.
“Quello – indico il cellulare -  ti rende meno libero, mica i tuoi bimbi o la tua famiglia“ sorrido e lo saluto! Come la solito mi manda scherzosamente a quel paese e fugge da chi lo attende.
Quelle poche parole su un tema così importante non mi lasciano tranquillo. Da una settimana ci penso e ripenso. In fondo è da una vita che cerco una risposta che mi convinca fino in fondo sul concetto di libertà. A Luigi (nome di fantasia) ho detto ciò che da tempo mi sono risposto, non ho pensato alle definizioni che conosco. Di altre risposte e definizioni ce ne sono a centinaia, probabilmente molto più corrette, profonde, complete, ma nella mia vita non riesco a vedere una libertà che abbia un altro significato. Non è la definizione delle definizioni, è semplicemente quella sento vera per me. Mi aiuta a non avere rimpianti, a essere sereno ogni giorno rispetto a quanto vivo: che sia programmato, che sia inatteso.  Rispetto anche a quello che mi piacerebbe fare ma non riesco a realizzare.


                                                                                     

venerdì 20 aprile 2012

Bimbi in vasca

La Vita in  diretta.
"Bimbi in vasca, via col bagnetto con l'acqua colorata!"
"Bello! Ma possiamo farlo lungo e poi lavarci da soli?"
Decido di stare in corridoio e di godermi il loro bagno ascoltandoli ( e sbirciando di tanto in tanto).
"Adesso rimanete lì a giocare un po', mi raccomando fate i bravi"
"Papààà, Filippo sta schizzando contro il muro"
"No, è stata la Beaaa"
Dopo due minuti.
"Papàààà, Filippo ha una candela gigantesca"
"No, è piccolissima, papà"
"Papàààà, Filippo beve l'acqua della vasca"
"No, papà, la sputo!"
Silenzio e dialogo tra loro.
"Pippo, ci bagniamo i capelli? Aspetta, a te li bagno io"
"Via! I miei capelli li bagno io!!"
"Pippo, posso farti la cresta?"
"No, no, no, la cresta la fa papà"
"Papàààààààà, Filippo ha schizzato ancora fuori dalla vasca!"
"Papà, non lo faccio più"
"Papàààà, vieni a vedere la mia nuova pettinatura da signora che balla il valzer?"
Intervengo: "Su adesso lavatevi, prendete le vostre spugne ed io vi metto il sapone"
"Filippo, ti piace la mia nuova patatina (voglio essere fedele fino in fondo senza censure)?"
"Perchè nuova - dico io - ?"
"Perchè è tutta schiumata".
"Bimbi fra 5 minuti si esce, chiaro!".
"Papààààà, possiamo insaponare la palline da tennis (in relatà cono palle di spungna)?"
"Papàààà, Filippo ha lanciato la pallina fuori dalla vasca!"
"No, è stata Bea!"
Recupero la palla..
"Papàààà, Filippo ha lanciato la pallina nel water".
Ops è proprio vero!
E' ora di farli uscire!!!
.... a me sti momenti divertono un sacco!






giovedì 19 aprile 2012

Dare un nome alle inquietudini

Questa sera un mia  cara amica   mi ha mandato questo sms: "dobbiamo educare i nostri bimbi a parlare, a parlarsi e a parlarci delle cose del cuore.... questa sera penso che a me manca molto questa cosa: il non esserci educati, io e i miei genitori a poter dire e dare un nome alle inquietudini ...". Le ho risposto semplicemente: "hai ragione!".
Se ripenso al rapporto con i miei genitori non posso che sottoscrivere questa diagnosi: anche nella mia famiglia non ci si è educati a parlarsi per dare un nome alle inquietudini. Non è che si tacessero i problemi o che non ci fosse dialogo, ma il tirar fuori e dare un nome, almeno provare a farlo, a quello che succedeva dentro i nostri cuori, questo no, non succedeva. Non so perchè, ma non sono cresciuto con questo desiderio. E tanto di ciò che avveniva dentro di me o veniva tenuto dentro, o veniva semplicemente rivelato altrove, spesso da chi  non sapeva neppure capirne bene il senso e la portata.
Ma tornare al passato ora non mi interessa, preferisco prendere la prospettiva più costruttiva del messaggio, che mi spinge a guardare al presente e al futuro,  e a chi  mi è affidato: i miei figli. "Educarli a parlare, parlarsi e parlarci delle cose del cuore": questa è la sfida. Ma ancor di più "saper dare un nome alle inqieutudini". E riconoscere che queste conquiste non sono solo un dettaglio nel loro cammino di crescita, ma un fattore che potrebbe determinare una migliore qualità e una maggiore serenità della loro vita. Parlare delle cose del cuore significa aiutare i miei figli a sentirsi liberi, non giudicati, accolti nel momento in cui desiderano confidare qualcosa che hanno dentro e che non sanno bene come dirlo,  non sono certi se sia bene o male, o se a noi possa far far piacere o meno. Significa farli sentire al sicuro nel momento in cui decidono di rivelare qualcosa che li turba e li rende inquieti. Dare un nome alle inquietudini va addirittura oltre: significa aiutarli a riconoscere, perchè identificato, ciò che genera un malessere interiore; e dare un nome permette di chiarirne l'identità con il vantaggio di poterne affrontare le cause. E, si spera, risolverle.
Il messaggio di questa mia  amica mi ha costretto a riconosce che già oggi ad esempio mia figlia, che ha solo quattro anni, fa una grossa fatica, in certi casi, a confidare qualche delusione che le è successa con le amiche o a condividere ciò che ha provocato in lei qualche sentimento spiacevole (magari di poco conto in sè, ma per lei importante). Ci accorgiamo, io e mia moglie, che qualcosa non va, ma a volte non riusciamo a trovare la chiave per fare in modo che si apra a noi. "Educare a parlare..." ritorno al messaggio e dico grazie a chi me l'ha scritto perchè mi ha ricordato che essere un padre significa anche avere a cuore, in certi momenti, più quello che non si vede e non si sente, di quello che appare ed è evidente. Se mi limito a ciò che vedo e sento, ma non so leggere certi segnali e certi silenzi, non sarò mai in grado di educare a "parlare, a parlarmi". Devo, inolte, essere consapevole che in quei momenti la parola, nell'esprimere certe inquietudini, costa fatica, esce a stento o è impacciata, ma è quella che libera, fa sentire leggeri e permette una vicinanza molto più profonda. Fare in modo che i mie figli mi parlino, dipende davvero molto anche da me.

mercoledì 18 aprile 2012

Asimmetria e armonia, lasciamo fare ai bambini

Ho finalmente riordinato pensieri  informi che mi frullavano nella testa su alcune situazioni che vivo... vediamo che ne esce.

Asimmetria. Potrei definirla così la condizione che si genera tra il modo di essere e lo stato d’animo che vivo in certe circostanze e quello che invece vivono i mie figli. Non si tratta di una semplice differenza anagrafica è proprio un asimmetrico dispormi di fronte a quel momento preciso o a quella situazione. Tra me e loro a volte c’è un abisso: sorrisi e serenità contro mente svagata o pensieri inquieti, voglia di fare contro stanchezza; desiderio di essere ascoltati contro voglia di silenzio e calma. Tante mie impazienze, il mio diverso modo di percepire le cose, i mio quotidiano retro pensiero legato alle ore trascorse fuori casa con i soliti annessi e connessi del lavoro, degli amici, dei parenti, degli appuntamenti, del “vorrei ma non posso o non ho tempo”, tutto questo e ancor di più, a volte sfocia in un atteggiamento di insofferenza (asimmetria) proprio nei confronti dei bambini. Spesso faccio una cosa e ne penso un’altra, con un orecchio ascolto i figli e con la mente sono già proiettato a situazioni diverse. Gioco con loro e ho un occhio sul telefono: in attesa di messaggi? Di telefonate? Spesso di nulla né di urgente né di interessane, magari solo di qualcosa che permetta per un attimo un distacco. Questa situazione disarmonica spesso si genera per cause contingenti e indipendenti dalla volontà (stanchezza, fatica, malessere, piccole delusioni o insuccessi), a volte invece è segno di un percorso non ancora ultimato (che forse non si ultimerà mai): è l’accettazione della presenza di figli non come limite, vincolo o condizionamento, ma come libertà o compimento del presente.
Armonia. E’ invece ciò che cerco maggiormente. È la meta a cui aspiro per me, per i miei figli, insomma per la mia famiglia. Armonia come clima che sappia stemperare tutto ciò che possa in qualche modo rendere più forte l’asimmetria. È la condizione che sappia comprendere in sé ogni componente della famiglia come al suo posto, veramente a casa propria.  Non penso al mondo dei sogni o al “paese delle meraviglie”: semplicemente è il desiderio per la mia casa!
Ci sono giornate in cui prevale la prima condizione, altre in cui prevale la seconda e la vera gara è aumentare le seconde. Oppure, più semplicemente comprendere perché esistono le prime e si ripetono, e fare in modo che diventino sempre più rare.
Sto scoprendo comunque che, nonostante a volte possa sembrare il contrario, devo solo imparare a riconosce che i bambini - i mei figli - sanno costruire armonia: il loro mondo è molto più semplice, si rianima di attimo in attimo senza condizionamenti particolari. Sa ricaricarsi con un semplice sorriso, capovolgendo spesso situazioni poco serene. Dare più spazio a loro forse è l'antidoto migliore!

lunedì 16 aprile 2012

Sogna Beatrice, sogna!

Beatrice oggi si è svegliata con la voglia di raccontare il sogno che ha popolatola sua notte.
“Papà, questa notte ho sognato che io e te andavamo a pesca, prima abbiamo catturato un pesce spada, poi uno squalo. Dopo siamo riusciti a pescare un Lamantino (ma che è? Poi mi sono ricordato, la gita all’acquario di Genova ha prodotto i suoi effetti ….) ed infine, papà abbiamo pescato anche una balena”.
Allora incuriosito (anche perché se da una parte non riuscivo proprio ad immaginare una canna da pesca così capace, dall’altra non osavo immaginare neppure un cesto così capiente!) le  ho chiesto: “Bea, ma dove abbiamo messo tutti gli animali pescati?”, e lei in maniera convinta ha risposto: ”Papà, guarda che non tutto deve essere reale…  era solo un sogno!”.
Anzitutto mi sono reso conto che a Bea sono rimaste impresse due esperienze: quando quest’estate l’ho portata in un laghetto a pescare con suo cugino e la gita all’acquario. Ma il fatto nuovo è  che sogna e che ricorda i sogni! “Ho sognato!” è la prima volta che lo dice.
Faccio mente locale “Dove ho messo “L’interpretazione dei sogni” di Freud?”, ma abbandono  l’idea di riprenderlo in mano perché ricordo benissimo che quando avevo iniziato a leggerlo mi aveva superannoiato!
Preferisco rifugiarmi nei miei pensieri,  gustarmi quest'attimo alle prese con il primo sogno (ricordato e raccontato) di mia figlia. Sognare sarà di buon auspicio? E Ricordarli e racontarli? Non lo so, non mi preoccupa questo, sono rapito dalla possibilità di sognare, come se si trattase di un regalo concesso. Il sogno,  in realtà, può avere contorni diversi, può essere notturno e quindi non intenzionale, ma anche ad "occhi aperti" quando ci si costruisce un mondo ideale o situazioni impossibili, e per questo sognabili. Il sogno può lasciare sensazioni bellissime o l'amaro in bocca. Per non parlare dei brutti sogni: quelli che ti svegliano all'improvviso! Non sono capace di fare l'esegesi dei sogni, nè di ipotizzare interpretazioni o significati nascosti, ma mi  basta sperare che Beatrice possa continuare a sognare, che lo faccia nel sonno e impari a farlo "ad occhi aperti". Che possa accogliere questa possibilità come un desiderio, conscio o inconscio non importa, che possa volare verso situazioni, che pur nella loro irrealtà, facciano parte di lei. Un desiderio che aneli in futuro, alla ricerca di un presente -  il suo -  sempre migliore.
Sogna Beatrice, fai tanti sogni e non temere,  raccontali!



domenica 15 aprile 2012

Voglia di autonomia!

I bimbi questa mattina, ad un certo punto,  hanno deciso di chiudersi in cameretta, da soli: “Papà, mamma possiamo giocare da soli?”. “Va bene – dopo rapido consulto visivo e “approvativo”  con mia moglie -  ma le condizioni sono:  che non distruggiate nulla e che al primo litigio con pianto noi entriamo!”. “Va bene, va bene, saremo bravissimi” replica Beatrice la “caposquadra”. “Saremo bravissimi” le fa  da eco Filippo.  In camera da soli…. In fondo una banale richiesta e una semplice concessione può già far pensare, ma scacciamo ogni ipotesi di preoccupazione.  Partendo dalla filosofia che debbono avere i loro spazi decidiamo quindi di lasciarli fare, pronti ad intervenire al primo pianto. Scommettiamo pure sul risultato: per mia moglie non reggono più di dieci  minuti, io dando (dopo aver consultato furbescamente la quota Snai) più punto su venti: chi perde cucina per il pranzo! Affare fatto.
Invece i minuti passano, dieci, venti, si arriva a mezz’ora e a parte qualche rumorino sospetto, ma non preoccupante, e qualche scontato micro scontro verbale, sembra tutto nella norma. Il primo dato è che mi tocca cucinare perché a scommessa pari si fa secondo consuetudine, vabbè. Il secondo è che stanno reggendo sorprendentemente oltre le attese. Con mia moglie ci gustiamo il momento di pace senza troppi pensieri. Dopo un ora, per non apparire genitori disinteressati,  bussiamo alla porta e loro rispondono in coro: “Non entrate, non è ancora ora di aprire, vogliamo stare da soli!”… Dopo quasi un’ora e mezza decidiamo di fare irruzione. Concordiamo comunque di non giudicare male l’eventuale disordine o di manifestare istintivamente disappunto nel caso ci sia qualcosa di irrimediabilmente rovinato: questo loro desiderio di autonomia va sostenuto. Ma mentre siamo ancora intenti a “stendere il piano di attacco” ecco improvviso il loro grido: “Mamma, papà veniteeee!!!” Con un po’ di timore e tremore apriamo la porta della stanza. La scena  che si presenta ai nostri occhi è apocalittica e bellissima allo stesso tempo. Vestiti e giocattoli ovunque, ma la  SORPRESA è che, sorridenti e orgogliosi, ci stanno mostrando in bella posa  uno spettacolo: entrambi  bimbi sono vestiti (nel senso che si sono tolti il pigiama e si stanno presentando a noi in abiti civili)! Si sono vestiti da soli  con Bea che ha  aiutato Filippo. Hanno scelto i vestiti (probabilmente selezionandoli accuratamente tra tutti quelli che poi distrattamente hanno lasciato sul pavimento) e si sono presentati a noi con un mega sorriso già belli pronti e sistemati. Rimaniamo di fatto senza parole, la loro posa  e il loro sguardo compiaciuto quasi quasi ci commuove… Vestirli spesso è un’impresa ed ora lo hanno fatto da soli! E sono consapevoli di averci dimostrato qualcosa che a noi genitori sta provocando un enorme piacere. Le condizioni pietose della cameretta passano immediatamente in secondo piano, in coro ci viene spontaneo un “Bravissimi!!!”, e la loro risposta è “Abbiamo fatto tutto da soli, siamo stati bravi vero?”!
Non siamo soliti enfatizzare piccole cose, ma questa scena ci ha davvero sorpresi. Da una parte forse stanno cominciando a giocare insieme in modo non necessariamente conflittuale e dall’altra hanno fatto con consapevolezza qualcosa che ai loro occhi è davvero importante… e se lo è per loro perché non lo deve essere anche per noi?




sabato 14 aprile 2012

Creatività... un pensiero

Creatività, fantasia, imprevedibilità, sono tutte qualità che permettono ad una persona di non essere statica, di non fermarsi mai di fronte a nulla, di saper affrontare il nuovo, o quanto non ancora conosciuto, non come un pericolo ma come una possibilità o una risorsa. E non importa che si tratti di persone, cose, esperienze. La persona creativa è coraggiosa perchè non ha paura di rischiare, perchè ama stupirsi e sa godere del bello. Non sono particolarmente dotato artisticamente, anzi, ma gioco di fantasia e creatività più verso la gestione del tempo e nel modo di rapportarmi con i miei figli che verso le cose che potrei plasmare. Non so se sia un limite ma mi sforzo di generare in loro il desiderio di far viaggiare la loro mente e la loro fantasia.
Il lato più artistico lo gestice mia moglie che quando ha un po' di tempo sa coinvolgere i bimbi in creazioni di ogni tipo. A me piace più coniugare la necessità, utile ai bimbi, di momenti e spazi programmati, con il tentativo di riempirli di approcci nuovi, non scontati, lasciando spazio anche a ciò che è imprevedibile.
L'importante è fare in modo che l'indolenza e la noia non si approprino mai del nostro tempo. Anche il far poco o il lasciar del tempo vuoto, con un approccio mentale di questo tipo non generano mai nè insofferenza nè insoddisfazione. Basta saper giocare di fantasia e dar spazio al proprio spirito creativo.



venerdì 13 aprile 2012

Approcci diversi... per fortuna è solo uno sgabuzzino

A mia moglie è venuta l'idea di sistemare lo sgabuzzino di casa e per farlo in modo moderno (così dice lei) qualche sera fa ha convocato un falegname per "attrezzarlo" stile cabina armadio. La scelta non mi dispiace per due motivi: anzitutto perchè per una volta non si è affidata all'Ikea (non ho nulla contro questa fantastica azienda, ma ogni volta che mia moglie entra nei suoi store infernali se ne esce col doppio di quello che ci serviva, e poi odio montare mobili!!!) e poi perchè in effetti, nonostante sia solo uno sgabuzzino, è impresentabile sia nella composizione dell'arredamento (è la fiera del riciclo antifunzionale) che nella disposizione di quanto lì è collocato. Il riferimento alle scarpe di moglie e figli è puramente casuale... le mie sono praticamente invisibili.
Fatto sta che la sera dell'appuntamento alle 20.00 si presenta puntualissimo (convocato dalla mia signora) un simpatico falegname consigliato dai nostri super vicini di casa. Mia moglie - guarda caso - non c'è, è in ritardo. Cheffare? Se mi metto a fornire dettagli su come svoglere il lavoro sbaglio di sicuro, allora prima comincio a prendere un po' di tempo, poi con Bea e Filippo non più contenibili, prendo un'iniziativa geniale: gli mostro il ripostiglio e dico in maniera decisa e convincente: "Guardi, questo rispostiglio in qualche modo va reso utilizzabile  e razionale: lei prenda un po' di misure e faccia finta che sia suo e me lo organizzi come meglio crede. Non mi faccia spendere una follia (è pur sempre uno sgabuzzino, ndr) e faccia in modo che tutto quello che vede qui dentro possa essere sistemato in maniera decente. Quello che propone a me andrà bene di sicuro!". Il falegname un po' sorpreso capisce il mio spirito libero, accetta la sfida e si mette al lavoro.
Dopo venti minuti finalmente arriva Lei (mia moglie). Saluta rapidamente, ma con affetto, i suoi familiari (me e i bambini) e rivolgendosi al falegname iniza: "Scusi il ritardo, allora ha cominciato a vedere più o meno il lavoro? Ecco per la precisione il ripostiglio lo voglio così." e via con descrizioni dettagliate e indicazioni inequivocabili. quasi un'ora di confronto serrato su imporbabili scaffallature, angoli da nascondere, spazi da valorizzare, linee da salvaguardare... mi eclisso quasi imbarazzato e decido di mettere a nanna i piccoli. Finito lo sgabuzzino noto con sospetto che si trasferisce nello studiolo attiguo e inzia praticamente a dettare un "draft" per un armadio. Dopo dieci minuti è appaltato pure quello. Vabbè questo non era a preventivo, ma si sà "già che ci siamo"... il "già che ci siamo" comincio veramente a sopportarlo poco.
Alle 22.00 il falegname saluta e promette disegni dettagliati in una settimana. E' andata anche questa.
Ma il mio affidarmi ciecamente alla competente e professionale fantasia del falegname era poi così sbagliato?


Non era proprio così, ma è per rendere l'idea della professionalità


Famiglia e lavoro: la questione del tempo.

Il tema famiglia e lavoro a me sta davvero molto a cuore, non solo perchè tocca sul vivo la mia esperienza e quindi quella della mia famiglia, ma perchè incide a volte proprio sull'andamento della vita familiare stessa. E' un tema comunque molto ampio che tocca di fatto tanti aspetti: la questione del tempo-lavoro, della realizzazione personale, delle relazioni che condizionano, della carriera ecc. Mi soffermo sul tema del tempo, sfiorando altri aspetti. Sul resto magari ci tornerò in seguito.
Il lavoro occupa davvero tanto tempo e per logica conseguenza nè toglie molto ad altre esperienze tipo la famiglia. Spesso è davvero complicato conciliare la necessità di stare al lavoro con le problematiche connesse alla presenza, ad esempio di bambini piccoli. Quanti salti mortali, quante rincorse, quante problematiche (asili, baby sitter, nonni, feste, vacanze, malattie ecc.). E non è un problema solo delle mamme, tocca la famiglia nel suo complesso e in certi casi forse di più i papà. Ma sotto col tema lanciando qualche considerazione o provocazione...
E' un dato di fatto che oggi certi perversi meccanismi tipici della visione del lavoro in alcuni settori e luoghi di lavoro (il mio per fortuna non è tra questi, ma lavorando a Milano potrei portare decine di esempi) impongono, anche se non in modo esplicito, questa equazione: lavoro = passare almeno 10 ore in ufficio. Anche se poi per concludere in maniera serena quanti ti è affidato le 8 ore contrattuali sarebbero più che sufficienti. Questo è determinato sia dal concetto "di urgenza perenne" applicato ad attività non solo programmabili, ma spesso tranquillamente gestibili “il giorno dopo”, sia da una sorta di consuetudine geneticamente acquisita: il lavoro non ha tempo, il lavoro vale quanto occupa tanto tempo e tu lavori veramente  se dedichi più tempo. Spesso non si sta sul luogo di lavoro per necessità o per piacere, ma per abitudine, esagero? Può darsi.
Sono convinto, invece, che si debba fare un grosso passo avanti generale (e forse generazionale) su alcuni temi di cultura del lavoro: la flessibilità (o la ridefinizione) dell’orario di lavoro in primis. Su questo tema esistono direttive Europee, del Governo e un interessantissimo Libro Verde della Regione Lombardia che richiamano le Aziende a cambiare mentalità. Oggi molti lavori potrebbero essere impostati in maniera molto più “libera”, con tempi e modi affidati alla responsabilità del dipendente, il quale poi giustamente andrà valutato in base ai risultati che ottiene e alla produttività che dimostra. Conosco aziende illuminate che permetto di lavorare da casa e forniscono i supporti tecnologici per farlo;  e hanno “scoperto” che la produttività dei dipendenti in questo modo aumenta. Ho letto tempo fa  che un’altra azienda (un’importante multinazionale) ha tolto l’obbligo della timbratura (il dipendente segnala solo la presenza in uff.) e dopo una sperimentazione di 6 mesi ha verificato anche non solo un aumento della produttività, ma soprattutto un accresciuto attaccamento al lavoro – e all’azienda – perchè in quel modo si è permesso di ridurre il grado di complessità e di stress legato al conciliare famiglia e lavoro. Non si è ridotto il tempo lavoro, ma lo si è plasmato su esigenze diverse. Certo un approccio di questo tipo comporta dinamiche organizzative interne diverse, una certa rigorosità nel rispetto comunque di tempi ci compresenza necessari, e così via. In questo caso basterebbe guarire dalla bulimia delle riunioni e molte questioni sarebbero risolte.
E’ pur vero (e qui non ci si può nascondere dietro un dito) che certi gradi di responsabilità e certi tipi di  lavori implicano necessariamente non solo una presenza fisica duratura sul posto di lavoro e coinvolgimenti molto intensi  che non si concilieranno mai con una presenza di un certo tipo in famiglia. Ma qui, a mio avviso, si entra anche nel campo delle scelte personali (tutte comprensibili e rispettabili). Con la consapevolezza che chi utilizza il lavoro per stare lontano da casa, ma questi sono cavoli suoi.
Personalmente sono convinto che il "trinomio" produttività (che genera profitto), soddisfazione (sia del dipendente che dell’azienda) e famiglia possa funzionare solo se si costruisce una nuova e vera “alleanza” tra azienda e dipendente: il lavoro deve in un certo senso sapersi adattare alle trasformazioni che la società oggi ha già in essere e  che nessuno può fermare. Ma qui servono manager o imprenditori illuminati che sappiano andare oltre il contingente e sappiano dare il peso giusto a quello che conta: professionalità, competenze, responsabilità, soddisfazione e produttività. Servono istituzioni in grado di progettare e anticipare un futuro che comunque ci travolgerà e magari anche sindacati che capaci di guardare avanti e non solo indietro o sotto il naso. Si tratta di svolte per certi versi epocali, che prima o poi comunque arrivano e quindi non vedo perchè non si debba fare lo sforzo di anticiparle: così non si è travolti, ma si riesce a governarle.
A me capita di dover prendere permessi per situazioni legate ai bambini o di stare a casa per le loro malattie. Se ho scadenze urgenti lavoro senza problemi da casa, mi ritaglio spazi per fare ciò che serve ed è necessario in quel momento, ma paradossalmente non lo devo dire perchè ufficialmente non sono sul posto di lavoro, oggi è così.
Purtroppo siamo in un Paese che su questi temi a mio avviso è ingessato e legato a stereotipi del passato. Mi auguro soltanto che i nostri figli possano trovare condizioni diverse e sono certo che questo può dipendere molto  anche da noi, dallo scenario culturale e sociale che saremo in grado di ricostruire.

Mi ha ispirato questo articolo: http://genitoricrescono.com/padri-penalizzati-dallorganizzazione-del-lavoro/

giovedì 12 aprile 2012

Senza parole

Ogni tanto i mei figli mi lasciano letteralmente senza parole! Questa sera Beatrice, con un’espressione da “inquisitrice”, ad un certo punto mi dice: “Papà, ma lo sai che un mio compagno ogni tanto dice c___o! Non si dice! Lo sai?”.  “E tu che fai?” replico. “Io e le mie compagne lo diciamo alla maestra!”. “Bene, dico, ma prima di dirlo alla maestra ditelo al vostro compagno, magari vi ascolta…”. Probabilmente la mia affermazione è stata poco convincente tanto che Bea ha ribadito che “Bisogna, invece, dirlo alla maestra”. Ammutolisco con un dubbio che mi assale: meglio una figlia paladina del buon costume e quindi un po’ “piccola spia” e  “ruffianetta” o richiamarla ad una sano cameratismo? In quel momento non mi è venuto da dirle nulla, semplicemente mi sono ritratto in silenzio… e il dubbio mi è rimasto.
Ma non è finita. Poco dopo le ho chiesto a che cosa avesse giocato con le sue amichette all’asilo (nello spazio del gioco libero..tanto per inquadrare la situazione). Risposta “ A tomba!”, intuisco che non si tratta di Tomba la Bomba, mio mito sciistico, e quindi incuriosito indago. “Ma di che gioco si tratta?”. Riporto fedelmente la risposta per non condizionare un vostro eventuale giudizio: “Allora, io e le mie amiche facciamo finta che la casetta che c’è nell’asilo è una tomba. Il nonno di XXX che è morto tanto tempo fa è nella tomba, ma un diavolo non gli fa chiudere tutti gli occhi. Allora noi apriamo la tomba e facciamo finta di vedere il diavolo e scappiamo”! Riassumo il mio turbamento: se in un asilo immaginano una tomba, parlano di morte, diavolo e scappano per la paura, che farebbero queste “piccole pesti” se si trovassero in un cimitero? Non oso immaginarlo! Non colgo nella sua espressione e nelle sue parole nessun rimando esoterico e quindi un po’ mi tranquillizzo. “Ah, che gioco strano” riesco a proferire solo queste inutili parole e lascio perdere.  Ammetto  che avrei preferito mi avesse detto di aver giocato al dottore, almeno la mia stima per i maschietti si  sarebbe notevolmente innalzata.
Con Beatrice per questa sera ho chiuso, non oso neppure chiederle che cosa avesse mangiato per il timore che mi stupisca con pratiche alimentari a me ignote. Non so se la strategia del commento inutile sia la migliore, ma questa sera non ho saputo reagire in altro modo.
Per fortuna Filippo rianima l’atmosfera: “Filippo, come è andata per te all’asilo?”, “Bene!”, risponde (come fa sempre). “Ma come ti sei fatto quel graffio sul naso?”,  “E’ stato XXXX”. “E tu che hai fatto?”. Orgoglioso  mi dice “Pernacchietta, come mia hai insegnato tu papà!”. Olè, questa volta niente calci: mi ha ascoltato!

Identità del padre e femminismo: binomio o sottrazione?

“Sfrutto” per  questo post parte di un mio commento all’articolo che ho linkato e cerco di andare un poco più in profondità, perché la questione posta a mio avviso è davvero interessante.
L’articolo (http://genitoricrescono.com/e-se-il-femminismo-passasse-dai-papa/comment-page-1/#comment-75727)   e il dibattito sono molto interessanti con un argomento in gioco molto intrigante.
Mi permetto di lanciare alcune considerazioni che nascono dall’esperienza che vivo, e quindi non certo teoreticamente ineccepibili. A mio avviso oggi la percentuale dei padri che tentano di partecipare alla vita familiare e si sforzano di stare accanto alla moglie e ai loro figli con impegno e passione sono molti di più di un tempo. E lo fanno con uno spirito di collaborazione molto più intenso anche nelle “cose di casa”. Fermo restando che molte esperienze dicono ancora il contrario. A mio avviso, quindi un riavvicinamento o un riallocamento dei compiti familiari esiste già ed è determinato da un diverso  modo di affrontare la vita di famiglia presente sia nei padri che nelle madri. Alcuni mutamenti culturali sono stati assorbiti in maniera implicita e la dicotomia tra il ruolo della madre e quello del padre, nelle nuove generazioni è molto meno evidente.
Allo stesso tempo, non va confusa, rispetto al ruolo del padre, una presenza/assenza autoritaria e pacificamente accettata in passato, dall’evoluzione verso un’autorevolezza, non ancora del tutto conquistata, del presente. Al pater familias ante litteram bastava uno sguardo per ottenere o per far capire, oggi le dinamiche spesso sono  capovolte: si passa dai padri iper tolleranti che esercitato la funzione di contraltare a madri eccessivamente rigide (esageratamente inclini al richiamo), a padri indifferenti e quindi ininfluenti  le sorti della famiglia, a padri invece maggiormente presenti, attenti a tutto ciò che anima la vita di famiglia e con la capacità di assumere un ruolo autorevole (non autoritario) convenzionalmente tipico della figura maschile. O ai padri di mezzo che non eccellono né nelle mancanze, né nella bravura (è la mia categoria),  ma sono consapevoli di questo e “ci provano”. Corsi e ricorsi di modi di affrontare la vita, ma con la consapevolezza che il mutamento degli scenari hanno un’incidenza da non trascurare.
Un altro aspetto che mi sembra importante riguarda l’evidenza di un mondo che è cambiato: il lavoro con i suoi tempi e le sue dinamiche spesso molto coinvolgenti condizionano la vita familiare e  non solo quella dei papà. Nella mia famiglia è mia moglie la più impegnata fuori casa e a me tocca molto di quello che convenzionalmente sarebbe toccato alla mamma. Ma non mi lamento assolutamente: mi sento padre ( e uomo realizzato) e ne sono felice proprio perché posso dedicare più tempo ai miei figli e alla mia famiglia. E non vivo questa situazione come un modo di affermare il femminismo di mia moglie, anzi non capisco perché non possa essere considerato un modo per rendere più vero il mio essere uomo e papà.  A mio avviso è questione di equilibri, di scelte e di come la coppia decide di affrontare la propria “avventurosa vita di famiglia”.
Ma per tornare al tema dell’identità del padre, e quindi alla possibilità di determinare o meno una maggiore o minore affermazione del femminismo,  credo che questa sia in gioco perché in fondo è in gioco anche quella della madre: è un percorso comune non semplice anche perché non sono spesso né chiari né condivisi alcuni concetti di fondo: maternità e paternità quali le differenze? è ancora attuale parlare di ruoli in famiglia o non è meglio introdurre la categoria di come “essere” in famiglia? E in tutto ciò la relazione con i figli come deve essere inquadrata?
A me piace molto pensare all’opportunità che ci offre il tempo, con tutte le  esperienze connesse, a disposizione per affrontare tutto quanto avviene con uno spirito più  positivo e costruttivo.
E, perché no, anche con un pizzico di ironia in più.
Infine è vero che “noi papà” siamo molto meno presenti nei dibattiti in Rete o nella creazione di spazi di discussione. Forse è questione di sensibilità, di tempo, di poca attenzione a questi temi: mi auguro che a questo riguardo si recuperi il tempo perduto. Io ci sto provando.
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