lunedì 14 maggio 2012

L'ansio-papà?

Mia moglie dice che sono troppo ansioso, che verso Bea e Filippo mi preoccupo troppo. A me non pare. È vero, mi preoccupo un po’  più di lei rispetto a certi temi, ma chiamarla ansia mi sembra esagerato. E poi, non sono una persona ansiosa. Anzi, col tempo ho  perso anche quella “micro-sindrome da esame” che di fronte a certi  momenti, appuntamenti o  scadenze importanti un tempo mi prendeva.
Però, non lo posso negare, se ci sono di mezzo i mei figli le mie attenzioni, ogni tanto, aumentano esponenzialmente. Mia moglie sostiene che ogni tanto sono esagerato e la sua insistenza su questo tema dell’ansia mi ha fatto credere che potesse esserci sotto qualcosa di vero: è proprio vero che la mia calma (a volte apparente ma non alziamo troppo la voce), si smarrisce quando entrano in campo Bea e Filippo? Com’è possibile? In quali occasioni? Eccomi allora tutto concentrato su me stesso per capire che cosa giustifichi questa opinione, e quali e quante siano le mie presunte eccessive preoccupazioni che spingono mia moglie a darmi dell’ansioso (proprio lei che riesce a farsi venire “ la sindrome d’esame” anche quando deve andare dalla parrucchiera).
Con un po' di fatica ci sono arrivato! Dopo un'attenta introspezione sono pronto ad ammettere quali sono gli aspetti esistenziali caratterizzanti la vita di Bea e Filippoche generano in me qualche preoccupazione in più. Nel mio manuale di pedagogia esperienziale i cardini su cui non riesco a derogare sono: il cibo, il sonno e il freddo. I bambini devono mangiare, dormire e non prendere freddo!
Il cibo. Retaggio giovanile? Non so, ma nelle mie orecchie risuonano ancora le parole delle mie nonne che nonostante avessi divorato due volte la loro mitica pasta e avessi fatto anche il bis del secondo avevano il coraggio di dirmi: “Ma perché mangi così poco? Non stai bene?”. L’appetito è sinonimo salute, inappetenza (anche solo presunta) significa indisposizione. Nel mio inconscio probabilmente questo dato è talmente radicato che, secondo me, Bea e Filippo non mangiano mai abbastanza. Li vedo immancabilmente inappetenti. Quindi da una parte sono alla continua ricerca di combinazioni culinarie che li spingano a mangiare di più, dall’altra quando mangiano poco (e questo – secondo me- accade spesso) mando segnali d’allarme a mia moglie che immancabilmente mi risponde: “Ma non ti preoccupare, quando avranno fame mangeranno”. E se la fame non torna? O torna tardi? O torna quando non ho che cosa la possa placare?
Il sonno. “mens sana in corpore sano” : macché sport! Il corpo è sano quando è riposato! Sarà perché oggettivamente quando non risposano abbastanza i miei figli diventano dei rompi scatole galattici, sarà perché il loro dormire mi genera tranquillità perché lo associo a serenità, sarà perché quando dormono sono davvero dei bimbi adorabili (e concedono tanta pace alla casa). Sarà per tutto questo, e quindi  se non si addormentano in fretta alla sera o se per imprevisti vari si riducono le loro ore di sonno, comincio ad immaginare quale indisposizione psico-fisica li stia colpendo o li colpirà.  Sul sonno non mollo: devono poter riposare tanto!
Il freddo. Il freddo, infine, è il nemico più tosto perché quando colpisce lascia il segno: raffreddori, tosse, mal di gola, otiti, bronchiti, e così via. in più sono un montanaro atipico: rifuggo il freddo e preferisco il caldo (anche se da quando abito in zona Milano e ho scoperto che cos’è l’afa cittadina, un po’ mi sono un po’ ricreduto…). La stagione invernale per me è una vera e propria via crucis attraverso il potere del gelo. I bimbi “potrebbero aver freddo”: quindi è fondamentale coprirli bene. Dalle scarpe adatte  (Le tennis d’inverno non si usano!!), alla berretta, passando per magliette, maglioni, felpe, pantaloni, sciarpe, guanti ecc., il corpo deve essere sempre coperto e riscaldato! Di giorno e di notte! ma perchè i bimbi si scoprono sempre??

Queste sono le mie tre preoccupazioni di base! Quelle basiche, probabile reale retaggio della mia esperienza infantile. E le mie attenzioni, particolarmente evidenti, probabilmente (e forse in certi casi anche giustamente) spingono mia moglie  a bollarmi come un ansioso. Vabbè finchè si tratta di presunta ansia non mi preoccupo... se cominciasse a diventare una forma di ossessione compulsiva vi chiederei immediatamente: "Fermatemiiii"!!!

domenica 13 maggio 2012

Mamma Auguri! Ci piaci tanto perchè...

Mamma oggi è la tua festa! Tutti insieme: Papà, Bea e Filippo ti festeggiamo! Siamo contenti di dedicare una giornata a te: la mamma della nostra famiglia! Lo facciamo con i fiori che tanto ti piacciono ma anche dicendoti, e lo vogliamo fare con il cuore,  che cosa ci piace di te!
Mamma ci piace tanto il tuo sorriso e la tua allegria! Ti piace colorare la casa, averla sempre a tinte accese, anche se ogni tanto la stanchezza ti travolge e ti sai spegnere anche nel bel mezzo di un gioco!
Mamma ci piace tanto il tuo spirito d’iniziativa, il tuo voler sempre cercare cose nuove da proporre: teatro, gite, attività di ogni tipo in casa e fuori, sport e … e poi il 2 giugno ti porti Bea a Londra! Quando c’è un po’ di tempo ti piace renderlo ricco… e sai vincere in certi casi anche la pigrizia del papà.
Mamma ci piace tanto vedere che hai tante amicizie! E non le tieni solo per te. Le tue amicizie sono anche le nostre. Gli amici della mamma sono quelli della nostra casa: tanti volti, tante esperienze, tanta simpatia. Ma anche vicinanza in momenti difficili, aiuto nelle difficoltà: dare e chiedere per costruire un cammino in compagnia. Dici poco?
Mamma ci piaci tanto perché sei generosa! Non ti tiri mai indietro! Al limite se non puoi deleghi papà, ma a volte ci sta. Vabbè fai fatica a tirarti indietro anche davanti a certi negozi, ma sappiamo chiudere un occhio.
Mamma ci piaci tanto perché dici quello che pensi. Essere diretti può sembrare un difetto, ma noi vedendolo in te lo consideriamo un pregio: senza falsi moralismi, ami il confronto schietto e sincero, e non ti nascondi dietro parole banali e di circostanza. Magari ogni tanto un pizzico di .... "capacità di mediazione"?
Mamma ci piaci perché se ti arrabbi ti passa subito! Per fortuna non sei una mamma musona, che tiene il broncio. Va bene così: ogni tanto ti arrabbi, (con papà, o con Bea e Filippo), ma in pochi minuti sai far recuperare il sorriso e tornare la pace.
Mamma ci piaci perché ami le cose belle! In famiglia il lato estetico è il tuo, chi te lo leva!
Mamma ci piaci perché sei un po’ distratta, un po’ disordinata, perché a volte ti perdi i pezzi, perché non riesci mai a trovare le tue chiavi (e il tuo telefono e la tua patente e la tua sciarpa…), perchè sbagli sempre strada (anche se l'hai fatta 100 volte),  perché non ti ricordi dove hai parcheggiato la macchina, perché ogni tanto fai pasticci in cucina, perché a volte sei la prima ad addormentarti, perché lavori troppo e quindi arrivi un po’ tardi la sera (anche se dici che non vuoi più lavorare), perché, perché, perché… se ti mancassero tutte queste cose non saresti la nostra mamma!
Mamma, infine, ci piaci tanto perché hai scelto papà! E insieme avete costruito una famiglia che Bea e Filippo hanno completato!
Cara mamma, ti vogliamo bene! Auguri!!!

sabato 12 maggio 2012

Riassetto sgabuzzino: fase 1 (focus sulle scarpe)

Sistemare uno sgabuzzino di 3mq si sta trasformando in un vero è proprio trasloco. “Già che ci siamo, sistemiamo anche il box, riordiniamo la cameretta dei bimbi, facciamo questo e facciamo quello…”, il mio livello di stress alle 9.00 era già oltre i limiti permessi dalla legge naturale.
Ma ormai siamo in ballo e quindi balliamo. Fase 1: svuotamento sgabuzzino per permettere al falegname di fare il suo lavoro. Ecco la prima sfida: visto che metà dello sgabuzzino di fatto è una scarpiera lancio una scommessa a mia moglie: ”Scommettiamo che il rapporto tra le tue scarpe e le mie è 80/20, o giù di lì?”.  Accetta e inizia lo spostamento- conteggio.
Comunico il risultato ufficiale (nel conteggio sono comprese le ciabatte):
Mamma 46 (escluse le 2 paia eliminate), pari al 55% sul totale (st);
Papà 17 (comprese scarpe da calcio e calcetto inutilizzate da millenni ed escluse 2 paia eliminate); pari al 18% st.
Filippo 14; pari al 14% st.
Bea 12 (tra Bea e Filippo ne abbiamo eliminate 14 perché piccole), pari al 13% st.
Interessante è il rapporto mamma/papà (contando solo le loro quote): mamma 74%; papà 26%.

Questo vuol dire che la mamma semplicemente è quella che cammina più di tutti?
O che in un contesto sociale accusato di maschilismo, dove la lotta per le pari opportunità pare sia solo agli inizi, dove le donne rivendicano spazi maggiori per contare di più, dove ai padri viene spesso rivolta l’accusa di essere poco presente ecc. esistono degli ambiti dove il dominio è incontrastato? La vogliamo mettere sul loro potere d’acquisto? Sulla loro capacità di mantenere vivace il mercato di alcuni generi nonostante la morsa della crisi?

(ps. inizio lavori h. 8.30...; h, 10.30 mia moglie afferma: "sono stanca", prevedo una lunga giornata)...
Meglio tornare al lavoro!

mercoledì 9 maggio 2012

"Figura di merda?"

Oggi sono di riunione all’asilo: verdi 2 a rapporto. Due papà, un nonno (ha preso un sacco di appunti… sarà stato minacciato?) e tutte mamme! E la maestra (non ancora mamma). Clima sereno per le valutazioni globali della seconda parte dell’anno e l’elenco degli appuntamenti di fine anno: festa della mamma, festa dell’asilo, mini gita dei bimbi, festa dei diplomi, pizzata di saluto dei grandi ecc. quanta carne al fuoco! Ma perché questi asili del XXI secolo non si fanno una pagina web con agende aggiornate?
Terminata la riunione non posso saltare il consueto appuntamento dal mio macellaio preferito. Mi serve poco:  latte, pane e un paio di bistecchine (sono a cena da solo con la mia principessina Bea!) e me la sbrigo in fretta. Un saluto ai miei amici del negozio di articoli per bambini e corro verso la  macchina. Bea mi aspetta e questa sera voglio cenare in balcone!
Sto per salire macchina quando mi risulta impossibile fare a ameno di sentire queste parole: “Smettila che cosa faiii! Non devi fare la maleducata, hai capito? Basta farmi fare queste figure di merda!”. Una mamma – per la cronaca una di quelle che attira l’attenzione, diciamo che si lascia guardare… anche l’occhio vuole la sua parte (so che non c'entra nulla ma nella mia meschina socio-psico-logica mentalità maschile mi  piace associare bellezza a bontà, e quando questo binomio si elide ci rimango male)  – ha appena sgridato, in modo energico e senza mezzi termini,  la propria figlia (5/6 anni max).
Non ho potuto non osservare brevemente la scena. Salgo in auto e torno a casa.
Ripenso all’accaduto. Non mi interessa minimamente entrare nel merito delle ragioni della reprimenda, ma quelle parole mi hanno colpito un sacco. Da una parte perché sono parole che magari pure io ho pronunciato, ma soprattutto perché se penso ai miei figli e a come agiscono mi sorge una domanda: “Se fanno i  maleducati in pubblico con altre persone, fanno  fare “una figura di merda” a me?”.  
Ma è così automatico che si rifletta come giudizio sommario verso il genitore un comportamento sconveniente dei nostri figli? Temo sia proprio così. (Mi sa che è difficile trovare qualche buonanima che pensi che se un bimbo si comporta da peste, magari è un po' merito suo!)
A questa legge, o regola non scritta, non si può sfuggire: se i miei figli sono maleducati, si comportano male, fanno pasticci e tutto questo lo fanno in pubblico – me presente -  sono certo che il primo pensiero che sorgerebbe negli adulti intorno a me  suonerebbe più o meno così “ma che cavolo di genitori hanno, non gliele insegnano le buone maniere?”… Se poi lo sguardo attento fosse quello del “clan delle nonne irreprensibili del parco col nipote sempre a posto, non sudato e pulito” (come è già successo), questo sguardo, in genere poco compassionevole, esprimerebbe questo concetto: “Guarda quei monelli! I genitori di oggi che fanno!?! Una volta i bambini venivano tirati su in maniera molto diversa! Rigavano dritto!”. E’ inutile, non c’è scappatoia alla figura di merda. Devo essere pronto a beccarmela!
Di una cosa sono, però,  certo: quando i miei figli hanno combinato qualcosa in pubblico non mi è mai venuto in mente di sgridarli usando le parole citate prima. Li riprendo e li richiamo: spiego a loro che non si devono comportare in quel modo.  So essere anche abbastanza duro ed incisivo. Ma dico in modo chiaro che comportarsi male non è bene per loro, soprattutto se  trattano male o fanno i prepotenti con  altri bambini! La figuraccia la fanno loro perché in questo modo si rendono antipatici e allontanano gli amici.
Dell’eventuale – e inevitabile -  figura di merda associata al mio ruolo me ne frego altamente. I bambini devono comportarsi in un certo modo non per difendere il mio onore, ma perché è un bene per loro! Ed è questo che devono capire e che io devo cercare di spiegare.
Preferisco concentrarmi eventualmente su altre figure di merda, quelle legate alla mia distrazione, alla mia poca sensibilità, al mia smemoratezza… quante ne potrei evitare!
E quando mi beccano con le dita (di Bea) nel naso, che figura è?


Il sentirsi a “casa” anche lontano da casa

Stasera, papà e Filippo al telefono:
"Ciao Filippo, come stai?”.
“Bene!”.
“Che cosa hai fatto di oggi di bello?”.
“Giocato”.
“E poi”.
“Piantato i pomodori nell’orto con la nonna, mi sono tutto sporcato di terra…e la zia mi ha lavato. Non volevo!”
Silenzio… e in sottofondo sento: “Basta, nonna, vado a giocare”.
Colloquio con figlio in vacanza dalla nonna: durata 20 secondi!
Eppure Filippo a casa è un super coccolone della mamma, ma soprattutto del papà!
Quando è con la nonna in montagna (o con l’altra nonna qui a 200 mt da casa) rivela un lato di sé che mi (ci) stupisce: la sua adattabilità (si dice così?), il suo sentirsi “a casa” anche lontano da casa.
Ogni volta che io e mia moglie lasciamo o Filippo o Beatrice qualche giorno dai nonni o per esigenze particolari o anche solo (come in questo caso) per concedere un momento di rigenerazione fisica in un ambiente più compassato e tranquillo, per qualche momento compare in noi una specie di groppo in gola. Sindrome “d’abbandonamento”? Senso di colpa? Non so.
Per fortuna quello che ci tranquillizza è come i nostri figli sappiano vivere questi momenti con estrema naturalezza, come  non soffrano il distacco. E ci consola il modo con cui vivono -  con estrema gioia -  il ritorno alla propria casa. Forse è questione di abitudine, di sicurezza fornita da ambienti comunque ritenuti molto simili a quello familiare. Probabilmente sta contribuendo molto a questo loro atteggiamento la nostra decisione fin da piccoli di abituarli a stare anche con i nonni, fuori casa per qualche giorno (anche senza particolari necessità o urgenze). Istigazione all’autonomia? Magari esagero, ma sapere di avere bimbi sereni e tranquilli anche fuori casa, comunque rende me e mia moglie molto più rilassati. Il sapere che si sanno staccare dalla “gonna della mamma o dai pantaloni del papà” senza mostrare particolari traumi, ci rende consapevoli di aver favorito in loro un sano spirito di adattamento, mai trascurabile. Possono così scrutare ambienti diversi, fare esperienze nuove.
Allargare i loro orizzonti grazie anche a insoliti e particolari incontri con persone, situazioni e cose diverse. Trascendere per qualche giorno l’ordinario per essere sempre pronti all’eventuale straordinario.  Mi ripeto: la diversità, l’insolito e il nuovo come risorsa e ricchezza e non come minaccia! Sono convinto che non solo “tutto fa brodo” nella loro crescita, ma il “ brodo buono” vada ricercato con attenzione perché diventi per loro nutrimento gradito e quindi non gli rimanga sullo stomaco.

martedì 8 maggio 2012

Il potere del Presidente!

Ieri sera dopo il superderby Inter-Milan ho ospitato a dormire un amico Siciliano che, vista la sua presenza a Milano per lavoro, ha approfittato della coincidenza e si è concesso la partita della sua squadra del cuore: l’Inter..  Il caso vuole che è pure il presidente di un’associazione di volontariato.
A Beatrice, visto che Filippo si trova beatamente in vacanza rigenerativa in montagna dalla nonna “della convalescenza”, ho anticipato che a colazione si sarebbe trovata questo mio amico come ospite.In più - non so neppure la ragione per cui l'ho fatto -   le ho detto tra le varie cose (ad esempio visto che è alto 1.93 le ho spiegato che è un difetto tipico di chi viene da così lontano e che il papà rimane comunque molto alto!) che  è anche  il presidente  dell’associazione  xxxyyy.
La risposta di Beatrice non si è fatta attendere e  nella sua sincera rappresentazione della condizione di suo padre mi ha detto: “Papà, ma tu conosci un presidente?”. E mi fissava con stupore! Ho incassato senza commenti, “E’ ancora piccolina….” Mi sono detto.
Mia moglie, poi,  mi ha raccontato che, mentre stava preparando la stanza per l’ospite, Beatrice in modo molto serio le ha chiesto: “Mamma, posso aiutarti a preparare per il presidente? Che cosa posso fare? Se è un presidente è una persona importante, vero?”.
Ma non c’è il due, senza il tre. Questa mattina, dopo la  colazione insieme, questo mio amico dice: “Mi lavo i denti poi sono pronto per uscire”. E che succede? Beatrice corre nell’altro bagno, lasciando rigorosamente aperta la porta per farsi vedere, e inizia a lavarsi i denti da sola. Mai successo! Il lavaggio dei denti, soprattutto al mattino, è sempre una dura  lotta di posizione e non è scontato di veder sconfitti i bimbi!. Questa mattina, invece,  con inspiegabile docilità eccola  tranquilla e da sola alle prese con dentifricio e spazzolino.

Veniamo al dunque. Ho capito che mia figlia mi considera nettamente inferiore di qualsiasi figura di presidente. Non ho il prestigio e la statura moral-istituzionale di una persona che possiede una carica del genere. E a questo non posso che rassegnarmi.
Ma da oggi sono alla ricerca di Presidenti (di ogni tipo: di associazioni di volontariato o sportive; di centri culturali o di parchi faunistici; di fans club o di qualche nazione meno importante  - che ne so Andorra, il Belize, San marino, non importa - ) disponibili a  presenziare ai momenti più drammatici della vita di casa mia: il lavaggio denti mattutino, la cena, la nanna, la scelta dei vestiti con relativa “vestizione”, ecc.
Mi resta un dubbio:  da quale Presidente sarà rimasta così impressionata?

lunedì 7 maggio 2012

Che cosa non posso dare ai miei figli

Tante volte penso a quello che posso (e devo) trasmettere e dare ai miei figli: amore, l’educazione, l’esempio su come agire, quello di cui necessitano a livello materiale (nel limite del possibile e nell’orizzonte del necessario o dell’utile. Filippo ieri mi ha  detto che lui vorrebbe una nave dei pirati. Vera! Lì non ci arrivo proprio).
La visione delle cose, della vita, la serenità.
L’affetto che si meritano e così via. 
Come papà – e come genitori -, posso,  e  in certi casi devo, saper dare ai miei figli ciò che serve  loro per affrontare la sfida di una vita che in fondo“ho contribuito a scegliere” per loro. 
Io e mia moglie siamo stati “causa” del loro esistere e sarebbe davvero molto brutto non prendere sul serio il percorso che dalla loro nascita li deve condurre all’indipendenza. Sì, brutto, non è da genitori. 
E la responsabilità del genitore è quella di  esserci, e senza deroghe, in questo cammino come presenza insostituibile. Presenza attiva, viva, ferma e tenera allo stesso tempo.
Ma anche un genitore non può tutto. E non deve tutto. Non sarà mai padrone di altre vite, neppure di quelle dei propri figli: ne potrà essere custode e responsabile per un certo periodo. Profondamente unito; ne sarà affezionato, legato da un amore profondissimo, ma mai padrone.
Infatti ci sono un sacco di aspetti della vita dei figli che un genitore non potrà (e non dovrà) mai decidere o determinare.
Un genitore non potrà mai imporre gli affetti e le amicizie. Potrà capitare (e quante volte sarà successo) che un genitore dica ai propri figli che tizio va bene, mentre caio no. Se anche avesse ragione sarà impossibile sostituirsi ai sentimenti di affetto o di amicizia che un figlio potrebbe provare per altri. Non esiste un telecomando che regoli queste dimensioni o che le possa  spegnere. Non esiste un regolatore delle percezioni affettive dell'altro. Si può educare ad apprezzare certi stili, a dare valore a taluni comportamenti piuttosto che ad altri. Ma nell'intimo di ognuno di noi si genera l'affetto.
Che amicizie avranno i mie figli? Di chi si innamoreranno? Chi lo sa!
Un genitore non potrà mai decidere le passioni: se da una parte succede che un figlio, quasi per osmosi, possa condividere sinceramente certe passioni dei propri genitori, dall’altra, invece, spesso accade che ne   abbracci altre, magari totalmente diverse. Addirittura opposte. Le passioni sono un richiamo, di razionalità ed emotività, tipico della persona nella sua singolarità. E’ per passione che  un individuo  abbraccia o l’arte o uno sport;  degli ideali o la bellezza;  la natura e gli animali, i libri e la musica,  chi più ne ha più ne metta. Non si possono imporre, al massimo condividere.
Un genitore non potrà dare le idee. Rispetto ai propri figli sono certo che  si possa influenzare un pensiero o spingere a essere più inclini a determinati valori piuttosto che ad altri, ma quando il figlio diventa adulto e indipendente deve, ribadisco deve,  avere le sue idee. Un suo pensiero. Un suo modo di guardare alla realtà. Una sua – solo sua – capacità critica di fronte a quanto avrà di fronte. La vera sconfitta di un genitore è quando non è così. Da giovane con mio padre spesso mi confrontavo, anche animatamente, su idee o visioni delle cose discordanti. Lui aveva le sue idee ed io le mie: ne andavamo orgogliosi entrambi.
Un genitore non può dare la fede. Ne accennavo nel post di qualche giorno fa.  "Qualunque" Dio non tollera l’imposizione a credere. La fede si gioca nella libertà del riconoscere un Senso al proprio vivere che l’uomo non si auto-genera, ma semplicemente accoglie. In famiglia eventualmente un figlio vede se la fede è vissuta e il bene che può produrre. Ma poi tocca a lui.
Un genitore non riesce a generare capacità. Immaginare la "perfezione" (quando mai?) o particolari abilità per i propri figli significa desiderare per loro eccellere. Creare in loro attese inutili rispetto a proprie presunte doti inesistenti, o semplicemente comuni, significa indirizzarli alla frustrazione. Vale di più una sana e realistica autostima che mille complimenti su quello che non c'è!
Un genitore non può dare la felicità. Ne deve tratteggiare contorni nel presente, indicarla come meta che si conquista o semplicemente a volte si scopre passo dopo passo. Non è detto la conquisti per intero. Ma certamente non può essere consegnata in un pacchetto dono. Nessuno lo può fare per un altro. 
Ci sarò molto altro ancora...essere genitore non è dare per forza, soprattutto quanto non è trasferibile, ma esserci per preparare la via alle vere conquiste della vita.
Poi si libereranno e voleranno a solcare orizzonti tutti loro! Che siano i migliori!
Mi dico pure: per fortuna! Non voglio dei figli cloni di me o di mia moglie… o di chiunque altro ne volesse determinare i comportamenti.  I miei figli, non sono miei: nel senso che le loro vite non mi appartengono e devono potersi costruire attraverso i loro affetti e amicizie. Attraverso le loro passioni e la loro fede. Attraverso il loro modo di ricercare la felicità. A noi genitori il compito di preparare la strada.

venerdì 4 maggio 2012

Febbre da Derby!

Nella nostra casa, nonostante una mamma calcisticamente superagnostica (peggio per lei!), si respira una sana aria nerazzurra! Nessun scrupolo educativo, nessun timore di essere accusato di plagio. Nessuna remora morale rispetto alla possibilità che i miei figli possano vivere 45 anni in  attesa di rivincere una nuova champions (ma qui tocco ferro!).
Sono papà tifoso.  Un sano (o insano?) italiano medio che ama il calcio, nonostante mia moglie mi conceda al max due partite in tv alla settimana.  Senza eccessi – non sono un ultras -  e da sempre Interista:  non ho potuto esimermi dal  trasmettere, pian piano  e con una costante  pressione psicologica, questa “fede calcistica” ai miei figli. Son partito con l’abbigliamento: magliette, pigiamini, sciarpe, calzini e pupazzetti vari. Si chiama “familiarizzazione” con i colori.  Sono caduto solo sulla felpa per Bea: le avevo comperato quella delle Monelle Nerazzurre (rosa come piace a lei), ma quando le ho detto che era la Super felpa delle monelle mi ha risposto: “Io non sono Monella papà!” e non l’ha voluta indossare. Mi sono rifatto col suo “battesimo a San Siro” durante Inter – Chievo dell’ottobre scorso. Vittoria striminzita, ma pur sempre 3 punti in cascina (era un periodo nero!) e Beatrice che mi chiede al goal di Thiago Motta: “Papà, che cosa devo fare?!”. Esperienza simpaticissima … e la prossima stagione battezziamo pure Filippo.
La mamma spesso ascolta inorridita i miei figli che quando vedono qualcosa di nerazzurro dicono: “Papà, guarda è dell’Inter”. O come quando si imbattono  in  immagini rossonere o bianconere dicono Bleeee. O come quando faccio ascoltare loro “Pazza Inter amala" incitandoli ad impararla a memoria come le loro amate canzoni dello Zecchino. La mamma scuote spesso la testa, ma ormai non ha più il potere di intervenire! E’ tutto fieno in cascina. I miei figli sono ormai a tutti gli effetti  interisti in erba e lo riescono pure a dimostrare! C’è ancora molta strada da fare: non reggono ancora la partita in TV, ma cresceranno! Quando si semina sul terreno giovane i primi frutti arrivano in fretta e quando saranno maturi sarà uno spettacolo!
Nella vita si riesce praticamente a cambiare tutto ma la squadra del cuore NO: questa convinzione mi permette di guardare soddisfatto al futuro nerazzurro regalato ai miei figli!
E domenica sera mi auguro che,  a Derby in soffitta, il sorriso di Filippo e Bea sia quello gongolante del papà! Nonostante il favore che potremmo aver fatto ai bianconeri! (ma anche su questo tocchiamo ferro!)

giovedì 3 maggio 2012

“Papà, perché Gesù ci ha inventati?”

Beatrice: “Papà, perché Gesù ci ha inventati?”. Rispondo, preso un po’ alla sprovvista: “Perché il mondo che aveva già alberi, boschi e animali, potesse essere abitato anche da uomini”. “Ma Gesù è anche un uomo?”, riprende Beatrice: “E’ il figlio di Dio, che però ha voluto diventare uomo come noi per insegnarci a  volerci bene”… vado un po’ a memoria, e Bea, distratta da Filippo che le ha rubato il suo polipetto, non approfondisce e per certi versi tiro un sospiro di sollievo.  Non per mancanza di preparazione, ma perché mi costringe ad uno sforzo importante rispetto al tentativo di spiegare in modo comprensibile. L’ora di religione all’asilo la sta stimolando a porre spesso domande. Le sorgono però improvvise, frutto della sua elaborazione poco razionale e molto istintiva. Domande che hanno un loro senso, ma che non hanno ancora un terreno su cui fondarsi per cui le risposte sono sempre difficili da calibrare o formulare in modo per lei soddisfacenti.
Ma al di là di una seppur sommaria valutazione della capacità di comprendere di mia figlia, rimane aperto in me il tema che queste domande aprono: quello della fede. Nella mia esperienza, nella mia formazione, nella mia vita si apre un mondo importante al quale non mi voglio addentrare, per ora. Mi limito a considerare questo approccio (la fede) alla vita che coinvolge molte persone, ne sfiora altrettante e viene ignorato ugualmente da molte altre.
Credere in Dio, avere un fede di riferimento. Decidere per sé che esiste la possibilità di affrontare la vita con orizzonti che possono trascendere la nostra mente o il nostro essere razionale. Affidarsi ad un Dio apparentemente lontano, ma per fede tanto vicino. Costruire il proprio patrimonio di valori, di senso dell’agire non esclusivamente su un’etica condivisa, o personale o su costumi socialmente assimilati, ma su “comandamenti”, sul Vangelo. Tutto questo e molto di più, ad un certo punto e in qualche modo, entrerà anche nella vita dei miei bambini. Che sia io come genitore a facilitarne il percorso o sia determinato da quanto incontreranno nel contesto sociale in cui si troveranno inseriti, o semplicemente da come sapranno vivere il richiamo di un mondo ricco di simboli religiosi che siano cristiani, musulmani, buddisti; a prescindere da tutto questo con il credere in qualche cosa avranno a che fare. Anche il non credere in nulla, alla fine è un credere.
Su questi aspetti della vita, senza particolari slanci e senza costrizioni di tipo fondamentalista (caratteristica ben lontana dal mio essere) mi piace fare vedere che “sono di parte”. Che quello che fa bene a me può certo non far male a loro. Poi saranno loro a discernere con la loro coscienza, all’interno di un probabile lungo percorso di maturazione personale a quale fede affidarsi.
Intanto so che devo attendermi altre domande, e col tempo, accanto a quelle, un sacco di dubbi: ma se tutto quadrasse o fosse scontato che gusto ci sarebbe?


martedì 1 maggio 2012

Lavoro e futuro

Credo che anche questo c'entri con l'avere una famiglia. E mi va di scriverne.
Lo ammetto non ho praticamente mai dato tanto peso al 1 maggio. L’ho spesso cercato sul calendario come giornata colorata di rosso, per capire dove si collocasse nella settimana, un po’ come per il 25 aprile. Mea culpa. Ma dove sono cresciuto di manifestazioni non ce ne sono mai state, il I maggio era una festa da vivere in campagna o in vigna ad agevolare l’inizio della primavera. Mio padre ha sempre festeggiato questo giorno lavorando. E anche col passare del tempo, nonostante si fosse accresciuto in me un maggior senso civico ed un interessamento alla politica (concorso esterno lo definirei...), a parte la sporadica visione del Concertone, a questa giornata non ho mai saputo dare significati particolari. Altra mea culpa. Oggi però qualcosa è cambiato. Sia io che mia moglie abbiamo la fortuna di lavorare: un’occupazione che ci permette di vivere serenamente. E’ possibile che questa condizione ci faccia sentire quasi dei privilegiati? In questo ultimo anno alcune persone a me prossime il lavoro lo hanno perso.
Sembrava tutto filasse via liscio, che la vita procedesse sul binario stabilito per te e chi ti circonda e invece quando senti un amico che ti dice che ha perso il lavoro, qualcosa frana anche dentro di te. Quando persone a te care ti trasmettono, con grande dignità, le preoccupazioni legate ad un futuro senza lavoro ti accorgi che qualcosa sta realmente cambiando.
Non ho mai pensato al lavoro in sé come ad una possibilità di sostentamento: il lavoro è per me un modo per mettermi in gioco, per contribuire a costruire qualcosa. Ma è anche bisogno, necessità: senza lavoro che ne è della tua famiglia, dei tuoi figli, del futuro?
Pochi giorni fa un altro mio amico mi ha comunicato di aver perso il lavoro. Ho letto la tristezza nei suoi occhi, in quelli della moglie. Ho letto seria preoccupazione per il mutuo da pagare, per la vita che rischia di diventare un’incognita. Mi sento sempre impotente in questi casi perché non ho potere, influenze, entrature particolari. Non riesco a rendermi utile come vorrei: riesco solamente a dare idee, a tenere gli occhi aperti per segnalare quello che salta fuori. Cerco di stare vicino, almeno. E fuggo al pensiero che possa capitare anche a me.
Sono, di natura, una persona positiva e cerco di trasmettere questa visione anche se a volte è complicato, ma in questi mesi mi ritrovo a tener dentro una grossa rabbia. Ho l’impressione che si stia consegnando a noi, generazione di mezzo, un futuro in salita (Per i miei figli mi limito a sperare cambiamenti radicali, ma non vado oltre). Tutto questo mi pare accada non come ineluttabile destino legato a chissà quali cicli storici o sociologici o economici, ma perché spesso chi ha tenuto in mano le redini della guida ( a vari livelli, politico, finanziari e così via) ha spesso ritenuto il benessere dell’oggi molto più importante di quello del domani. Semplicemente ha ritenuto ininfluente, o almeno molto meno importante,  il destino di chi sarebbe venuto dopo. Esagero?  Non credo. In questo 1 maggio un certo velo di ipocrisia è stato tolto da molti volti: il mio prima di tutto, perché mi sono reso conto del peso che il lavoro ha nella vita delle persone, ma anche in quello di tante personalità politiche che hanno ammesso, non solo che è “un brutto primo maggio”, ma che il lavoro non c’è.
Questo non basta, però. Non è sufficiente per chi questo presente ha il diritto di affrontarlo con serenità, non con ansia e timore. Non è sufficiente per chi ha energia, capacità, voglia di costruire e non può farlo. Non me ne frega niente dello stipendio dei politici, dei manager, dei magistrati, dei prefetti, dei banchieri (non i poveri bancari),  di tutti quelli che hanno posizioni e responsabilità: a me interessa solamente che dimostrino di valere, che recuperino la dignità del ruolo che occupano per costruire il futuro, non per affossarlo per interessi incomprensibili e marginali. Chi non è in grado, poi,  si accomodi fuori dalla porta, perché il futuro di tante generazioni è molto più importante del benessere o buon nome di chi occupa indegnamente certe poltrone!
Che il prossimo sia un 1 maggio con un po’ più di sole!


lunedì 30 aprile 2012

Dare e chiedere: che cosa è più difficile?

Quando osservo i miei figli mi rendo conto che tra loro e me (e credo anche con parte del mondo adulto in generale) ci sia una grandissima differenza. Precisamente: per loro è naturale e necessario chiedere. Chiedono a me, alla mamma, ai nonni; chiedono alle maestre, alle amichette, l’altro giorno in un negozio in montagna mia figlia ha chiesto alla signora alla cassa “mi puoi dare una caramella?”, sono diventato rosso come un peperone e la distinta padrona del negozio ha fatto finta in modo davvero professionale di non sentirla. I bambini non si pongono problemi, nessun pudore: chiedere è parte di loro, una sorta di dimostrazione esplicita di dipendenza. Ma c’è pure l’altra faccia della medaglia: fanno una gran fatica a dare, a condividere. Nonostante gli inviti a farlo. Nonostante, soprattutto quando sono tra amici, cerco di far capire che per poter giocare insieme è necessario mettere in comune, almeno temporaneamente,  quanto custodiscono nella loro cameretta. Insomma, “è Mio!” è declinato regolarmente e senza sconti. In verità, più passa il tempo più questa possessività si attenua ma il chiedere e il dare in loro non sono ancora ben riconciliati: quanto è naturale il primo, tanto è faticoso il secondo.
Diverso è lo scenario che si apre nel mondo a cui appartengo, quello adulto. Senza generalizzare mi limito a descrivere, in punta di piedi, lo scenario che mi appartiene e che vedo attorno a me.
E’ molto più semplice dare che chiedere. In fondo dare, anche al di fuori (soprattutto fuori) della cerchia della famiglia, genera soddisfazione, ti fa sentir utile, in certi casi ti permette – in maniera implicita, magari non premeditata – di generare una sorta di dipendenza rispetto a chi riceve. In fondo è come generarsi molti crediti. E il credito ti lascia libero nella decisione di esigerlo, il debito invece non dipende da te. Inoltre, talvolta, la diretta conseguenza del dare (e questo vale soprattutto in casa) è la rivendicazione: “ho fatto, ho detto, mi sono ricordato, ci ho pensato io … invece tu…”. In questi casi mia moglie, ad esempio, non me le manda a dire e mi risponde: “se non ti andava di farlo, potevi lasciar perdere..”. Tiè!
Il chiedere, invece, necessita uno stato d’animo diverso e un modo diverso di mettersi in gioco. Chiedere (e questo vale molto più fuori casa che in casa) costa fatica per questi motivi principali: perché dimostra che non si è autosufficienti e perché non si è certi della risposta (a chi non fa paura sentirsi un no). Chiedere tempo, cose, favori importanti, impegni non è assolutamente semplice. Per analogia al dare, qui si originano debiti, meno interessanti dei crediti. Non so se questa sia una dimensione antropologica, forse è più una dimensione della generazione a cui appartengo. Comunque se capita che un mio amico mi chiede una cosa importante sono contento perché ha deciso di mettere in gioco questa fatica con me: un bel segno di fiducia!

sabato 28 aprile 2012

Una serata movimentata

Quella di ieri è stata – lo posso proprio ben dire -  una serata davvero particolare. Nulla di straordinario, ma un insieme di micro fattori imprevisti che hanno trasfomato due ore ruotinarie in una serata diversa.
Passo ad una cronaca rapida e temporalmente dettagliata, che è più eloquente di qualsiasi formula prosaica.
h. 18.50 eccomi a casa!
h. 19.15 mia moglie mi avvisa che ha l’appuntamento del parrucchiere alle 20.30 (ma che orario è???)
h. 19.30 Bea s’addormenta sul divano mentre sto preparando la cena
h. 19.35 Bea russa, Filippo protesta perché non sente bene il suo cartone. Porto Bea a letto. Vestita.
h. 19.50 Mi metto a tavola con Filippo e cerco di di “sfamarlo” in maniera decente
h. 19.55 mi telefona un amico (Paolo) che si autoinvita a cena (metto sui fornelli l’acqua per la pasta e improvviso un sughetto gustoso e veloce:  acciughe, pomodorini – ne ho solo quattro ma bastano per dare un po’ di colore -, capperi e tonno).
h. 20.30 arrivo di Paolo e termine cena di Filippo
h.20.35 scolo la pasta e faccio compagnia a Paolo mangiando la mia superpasta!
h. 21.15 impongo a Paolo di starsene tranquillo sul divano mentre metto a nanna Filippo
h. 21.45 rientro a casa della mia dolce metà: il taglio di capelli scelto non è mica male… sembra pure ringiovanita.
h. 21.46 Mia moglie ha fame e protesta perché non le ho comperato le patatine
h. 22.15 Paolo e mia moglie stanno dormendo sul divano, Filippo e Bea nel loro letto: sono libero!!! E’ andata meglio del previsto. Sistemo rapidamente la cucina e mi impossesso del telecomando. Volume basso per non svegliare nessuno e  mi gusto la mia ora di Tv tutta per me. Evento rarissimo.

Nulla di quanto avevo programmato o immaginato per questa serata si è realizzato. E mentre scrivo sorrido perché è proprio questa imprevedibilità a dare un tono diverso al tempo che trascorro. Amo i rituali, sono fondamentalmente un abitudinario, non sopporto le cose fatte all’ultimo minuto o perennemente di corsa,  ma allo stesso tempo le improvvisate mi rianimano. Mi piace poter vivere  sapendo che possa esserci in agguato l’effetto sorpresa: mi allena al problem solving. In questo devo ammettere che ho imparato molto da mia suocera. Di fronte a qualsia imprevisto, piccolo o grande che fosse, non l’ho mai sentita né lamentarsi né imprecare, semplicemente si limita ad affermare: “non c’è problema”, ed inizia  ad affrontarlo. Non sono un tipo  così tranquillo da reagire sempre in questo modo, ma anche di fronte ad imprevisti che mi rompono solennemente, negli ultimi tempi, ho iniziato a guardare a ciò che si mette di traverso con uno spirito diverso. Sto cercando di sostituire il tempo e lo sforzo della protesta,  della recriminazione o dell’imprecazione con quello del “vediamo che si può fare”.
Eccolo, Paolo s’è svegliato (h.24.10), vado ad indicargli la via per uscire. Il dover tornare a casa: questo sì, per lui,  è un bell’imprevisto.

venerdì 27 aprile 2012

Linguine per l'amico Paolo!

"Pronto! Chevvuoi, bestiaccia?!" rispondo al cell.
"Ma dove sei?" Dice Paolo.
"E dove vuoi che sia, a casa, fra poco dò da mangiare ai piccoli, perchè La mia dolce metà è dal parrucchiere"!
"Parrucchiere a quest'ora?"
"Per la verità ha l'appuntamento alle 20.30, sai Milano è una città "moderna", qui lavorano sempre, sono avanti!"
"Allora vengo a trovarti,  - pausa - ma cheffai da mangiare?"
"Per i bimbi frittata, focaccia e verdure, a te - ho intuito il messaggio -  posso aggiungere un bella bistecca!"
"No, fammi la pasta. Ho voglia di pasta!"
"Mo' fai pure gli ordini?.. ti vanno bene linguine con acciughe e tonno e due pomodorini!"
"Benissimo, poi mangio anche un po' di frittatina! Prendo la moto e arrivo!"
"Porta almeno da bere!!!"
Ha già riattaccato.

Venerdì, h. 19.45, la telefonata di fine mese dell'amico Paolo!
Ognuno ha gli amici che si merita!
... ma le linguine me le mangio pure io!!!





giovedì 26 aprile 2012

Il Blog e il Golf

Sono due le realtà-eventi-esperienze che mi hanno scombussolato la vita in questi ultimi due mesi: il Blog e il Golf. Del primo un po’ ho già parlato in tono autobiografico sottolineandone i salutari aspetti catartici che sta generando nella mia esistenza e del fatto che mi piace, mi diverte e mi aiuta a pensare a quello che vivo e faccio soprattutto dentro la mia famiglia. In più mi aiuta in una cosa fondamentale: quando Filippo si sveglia (tra le 0.30 e l’1,30) chiamando papà, mi trova pronto alla risposta!
Non ho ancora messo del tutto a fuoco eventuali aspetti negativi o potenzialmente tali: tipo la cronica riduzione delle ore di sonno … scrivo, leggo, sbloggheggio a destra e a manca dopo le 22.00 (quando il silenzio regna in casa, con bimbi a nanna nel loro comodo lettino e moglie che tenta di vedere per la 10ma volta la stessa puntata di Gray’s Anatomy); o l’insana tendenza ad annotare battute, espressioni, domande simpatiche o curiose dei miei figli per non dimenticarle … potrebbero ispirare post; o la più battagliera tentazione di "contrastare" il dominio delle mamme Blogger (ma quante sono!!), e chissà quanti ne emergeranno  in futuro …
Il Golf invece è piovuto nella mia vita come una meteorite improvvisa. Un po' di storia. Mia moglie è rimasta colpita dal fatto che a partire da quest’estate mi fossi appassionato al Golf in TV. Quasi per caso, in una domenica estiva, piovosa e senza figli nei paraggi,  mi sono messo per disperazione a guardare un torneo di Golf ed è scoccata inaspettata la scintilla! Da allora, appena posso, i tornei dell’European Tour e quelli del PGA Tuor sono miei. Sono fans dei Molinari, di Manassero, di gagli e dei vari campioni internazionali come Roy Mcilroy, Sergio Garcia, Bubba Watson ecc. E’ uno sport conciliante e mi coinvolge,  e - elemento non secondario -  se voglio far dormire i bambini con due buche sono già nelle braccia di Morfeo!
Ma la vera svolta è stata un’altra: per il mio compleanno ecco che la meteorite, già in viaggio, precipita sulla mia testa, ricevo in regalo una busta con un voucher per 5 lezioni di Golf! Offerto dai miei suoceri su suggerimento della mia dolce metà. Sogno ad occhi aperti: ho poco più di 40 anni, il mio fisico è (quasi) da buttare se si tratta di correre, ma col golf potrebbe avere un sussulto  e dimostrare di essere nato  per tirar mazzate ad una pallina. Sogno e ri-sogno una folgorante carriera: il campione venuto dal nulla! Obiettivo: in 3 anni sarò presente da favorito nei  tornei internazionali! L'Augusta Masters sarà miooooo! Ce la posso fare!
Eccomi emozionato alla prima lezione: arrivo in questo Golf Club (… abbastanza di livello) e noto subito che la mia auto e il mio abbigliamento favorirebbero un più logico accostamento ai pur competentissimi giardinieri o manutentori dei green, non assomiglio per nulla ai giocatori presenti. Non mi scoraggio - l'abito non fa il monaco -   anche perché tutti sorridono e salutano. Mi presento al maestro e la prima cosa che mi dice, per incoraggiarmi, è questa: “Guarda, dopo queste lezioni o comincerai ad amare il golf e non vorrai più staccartene, o lo odierai …di giocarlo comunque, in così poco tempo, non se ne parla”. Ho fiducia, sono carico e sono orgoglioso di natura e mi dico: “Mò ti faccio vedere io, alla TV ho studiato ogni movimento e ti stupirò”. Ferro 6 in mano, secchiello con le palline ed eccomi sul campo pratica per i primi colpi. Colpi, non esageriamo, … le prime 10 palline non le ho manco prese. In Tv sembrava così semplice! La faccio breve. Qualche soddisfazione me la sono presa: ho sparato un po’ di palle oltre i 100 mt, mi sono comperato un cappellino antipioggia fenomenale e il guanto professionale (almeno li vendessero a coppia li avrei potuto riciclare per altre cose), ho fatto alcuni approcci al green a “pallonetto” (lo so non si dice così, ma sto sport usa tutte ste parole in inglese: lingua che non solo non conosco, ma aborro). Ho pure avuto per più giorni dolori alle spalle, alla schiena, al polso (non si suda ma si muovono certi muscoli che non sapevo neppure di avere!) come se avessi davvero fatto sport! Insomma non odierò il Golfo giocato, ma ho compreso che  per imparare a giocarlo decentemente dovrei prendermi un paio d’anni d’aspettativa, trovare uno sponsor che creda in me e assumere una Tata a tempo pieno per casa mia (e servirebbe un ulteriore sponsor). L'alternativa:  continuare a godermi questo sport dal divano di casa mia!
Quindi oltre alla famiglia, al lavoro, agli amici, all'Inter, alla lettura, alla montagna e  a qualche hobby secondario, non mi resta che darmi al Blog!

mercoledì 25 aprile 2012

Pensare il futuro dei figli

Ogni tanto immagino i mei figli alle prese con il loro futuro: in contesti belli, armonici, in vite riuscite,  ma anche alle prese  con situazioni complicate o con scelte problematiche. Me li immagino contenti o in difficoltà; felici o magari in crisi e costretti a decisioni importanti. So che nella vita può succedere di tutto: che tutto fili via liscio o quasi, o che si percorra, per scelta o per necessità, una strada piena di ostacoli. Vorrei fin da subito far capire loro che mamma e papà ci saranno sempre;  che il loro papà (in questo momento lo dico soprattutto a me stesso) anche se magari in certe circostanze farà fatica (o non ce la farà del tutto) - e non non potrà non dire la sua -, li auterà a scegliere il loro destino con libertà e serenità. Li osserverà da lontano, ma farà in modo che non se ne accorgano perchè possano camminare da soli, come sarà giusto che sia. Vorrei che non dubitino mai del contrario.
Perchè scrivo questo? Che cosa centra con due bambini di 2 e 4 anni? Non è un po' presto per disegnare questi scenari?
Scrivo questo per ricordarmelo da subito, perchè non è scontato. Lo scrivo perchè il tempo passa in fretta. Scrivo questo perchè  il confine tra considerarmi padrone e non semplicemente custode del destino dei mie figli è sottile. E non voglio che sia così. Lo scrivo perchè mi piacerebbe far respirare loro fin da subito un aria di vicinanza mista a rispetto (nelle giuste proporzioni legate ai gradi di crescita) della loro autonomia e libertà. Scrivo questo per riuscire a non  dissolvere il ricordo di quanto ho vissuto.
I miei genitori, a volte con molta fatica, hanno accettato sempre le mie scelte, ma ancor di più le hanno sostenute anche quando andavano controcorrente o non erano del tutto condivisibili. Se sono caduto mi hanno aiutato a rialzarmi senza dirmi nessun "te l'avevo detto", non sarebbe servito a nulla. La lezione l'ho imparata da solo. A me piacerebbe essere così: oggi il mio (nostro, mio e di mia moglie insieme) compito  è quello di aiutare a crescere Bea e Filippo in modo che siano in grado di camminare da soli. Forti e sereni (e tanto altro), nel limite del nostro e loro umano, dentro loro stessi.
Lo scrivo, infine, perchè perchè possa imparare, nei e dai miei stessi pensieri, ad affrontare eventuali successi o insuccessi dei miei figli non come se fossero miei, ma loro; non come se, nei casi negativi (nella speranza che comunque non succedano mai), fossero un danno per me, ma per loro; e quindi con indispensabile non il mio giudizio, ma la mia prossimità.
Insomma sogno fin da ora, quando li osservo così bambini, così innocenti, così sereni, che possano sempre avere nei loro genitori un rifugio sicuro a cui tornare in ogni momento... e in ogni condizione.


martedì 24 aprile 2012

L’amore ci vede bene!

A certe evidenze, secondo me,  non si deve girare attorno con il timore di chiamare le cose come stanno. Mi spiego. Sembra quasi che il senso del pudore non sia un atteggiamento legato solo a certi aspetti della vita, quelli della sfera intima, pare invece, a volte, legato anche a ciò che invece dovrebbe essere più naturale ed evidente. Quando si parla di famiglia, di figli, spesso si tende ad analizzare l’insieme delle dinamiche che caratterizzano non solo l’insieme delle relazioni, ma anche quelle che definiscono  ruoli o  funzioni (brutta parola). Si va a fondo nell’affermare ciò che è importante fare, quali collaborazioni sono fondamentali. Si è particolarmente attenti a stabilire i confini entro i quali collocare il rapporto di coppia, indicandone caratteristiche e contorni con chiarezza.
Esistono infinite teorie legate a come rapportarsi con i figli, a quali percorsi educativi affidarsi per il loro bene. Sono davvero tante le raccomandazioni, i consigli, le coordinate comportamentali suggerite, le soluzioni prospettate di fronte ad ogni situazione possibile. E sono ancora di più quelli che si sentono depositari della scienza dell’essere famiglia. Pedagogia, psicologia, sociologia tutte giustamente coinvolte nello studio  del microcosmo familiare.
Nella mia vita per abitudine e passione ho letto molto, ho avuto la fortuna di incontrare autori e libri molto profondi; saggi ricchi di stimoli e prospettive davvero utili per la mia vita. Ho trovato anche molto dilettantismo e molta arroganza come se tutto fosse riconducibile a semplici formule comportamentali, neppure fossimo dei robot  programmati  per eseguire.
Val  la pena leggere, confrontarsi, mettersi in gioco e avere l’umiltà di considerarsi sempre in cammino. Ma spesso dentro tutto questo per fortuna c’è un aspetto che sa rompere le uova nel paniere, che non si lascia ridurre a formule o semplici teorie. Che sa rendere imprevedibile ogni situazione data per scontata. Che sa dilatare il positivo o recuperare l’irrecuperabile. Che supporta le fatiche e sa ridare energie anche quando sembrano ormai esaurite. Parlo dell’amore che unisce i mariti alle mogli, i genitori ai figli e i figli ai genitori. Sì proprio lui:  l’amore, quello che in questo caso non è  cieco,  ma ci vede bene! Possiamo scrivere montagne di libri e proporre decine di teorie sulle relazioni familiari, ma se non c’è l’amore tutto si spegne inesorabilmente. Non si deve aver paura di riconoscere quanto sia necessario l’amore come collante di ogni rapporto, come anima del modo di affrontare la vita con i suoi alti e i suoi bassi. L’amore che ha dentro di sé affetto, ragione, passione, desiderio, gratuità: questo sentimento garantisce attaccamento, dedizione, unione profonda, fedeltà. Troppo spesso ci si concentra su particolari, senza cercare di ridare ossigeno a ciò che conta! Forse per pudore? È come se nel darlo per scontato non se ne riconoscesse più la necessità o l’importanza.  Cos’è la collaborazione in una coppia senza amore? Un rincorrersi di rivendicazioni. Cos’è l’educazione dei figli senza l’amore: un semplice manuale comportamentale. L’amore rende sempre più solida una famiglia, la rende più viva e le  permette anche di sbagliare, perché sa andare all’essenziale. Sì perché ci vede bene! Molto bene.

lunedì 23 aprile 2012

"Rivoluzione silenziosa"?

I "Padri e la cura familiare" (http://genitoricrescono.com/i-padri-e-la-cura-familiare/) un interessante articolo proposto nel sito Genitori Crescono. Finalmente si affronta, a mio avviso, il tema in oggetto con uno sguardo diverso: non più con un occhio al passato o con la tendenza di affermare le differenze o i limite di una parte in casusa (spesso il padre), ma col desiderio di registrare quanto sta avvendendo per porlo sul tavolo. il tavolo di una riflessione serena su scenari che possono aprire a dibattiti diversi e magari più interessanti.
A mio avviso è in atto da tempo una specie di “rivoluzione silenziosa” . Purtroppo molti dibattiti o interventi ancor oggi sottolineano ancora (forse perchè fa più share)  la distanza nelle “cose di casa” (compresa la relazione con i figli) tra il marito e la moglie senza, invece, di cercare di evidenziare ciò che sta succedendo. E quello che sta succedendo, a mio avviso, è ben detto nell’articolo sopra linkato. In questa rivoluzione non ci sono né vincitori né vinti: ci sono coppie che serenamente affrontano un cammino con la coscienza che lo devono fare insieme attraverso una compartecipazione di quanto necessita fare vissuta, non dico al 100% in modo naturale, ma in modo certamente più spontaneo. Questo vale per quanto è necessario fare in casa e per la modalità di “gestione dei figli”. Non ci sono mammi (termine orribile) né ci sono madri “assenti” o più “maschili” (non so che termini usare). Ci sono sia madri che padri che pian piano si stanno trasferendo spazi di presenza, senza per questo ridurre o elevare la propria identità. Magari ci sono padri meno autoritari e madri più affaticate da una vita che a volte rimane a “doppio incarico”; magari ci sono padri che con fatica sanno essere comunque autorevoli e stanno cercando di trasformare la propria disponibilità in abilità (mi sento tra questi), nonostante l’assenza di maestri; magari ci sono madri che si buttano talmente tanto nel lavoro da dimenticarsi che il loro essere madre non è sostituibile… e così via. La società cambia e si evolvono le dinamiche relazionali e di ricentrano le identità, ma la società rimane imperfetta e questo implica cammini faticosi. Mi auguro solo che si inizi a spostare il dibattito, su quello che è in essere oggi e non su quello che era, anche solo in un recente passato, lo scenario in vigore.

domenica 22 aprile 2012

Bimbi bagnati, sporchi ma contenti

Qualche giorno fa sono riuscito a tornare a casa un po’ prima dal lavoro “grazie” al dentista… ho recuperato i bimbi un po’ prima del solito e prima di tornare a casa sono andato con loro a fare un giretto al piccolo parco vicino a casa. Dopo giorni di pioggia un barlume di sole non poteva non essere sfruttato e quindi un po’ d’aria aperta non poteva che giovare. Unica incognita: il parco era disseminato degli effetti delle piogge passate, cioè era pieno di pozzanghere. Per fortuna i mie bimbi avevano gli stivali ai piedi quindi non mi sono preoccupato più di tanto. Arrivati alla zona giochi hanno iniziato a giocare con alcuni loro compagni: scivolo, altalena, casetta, dondoli vari, griglia per arrampicarsi. Tutto a cento allora come se all’asilo avessero riposato tutto il pomeriggio. Ma ero certo che non era così: ma dove trovano tutta questa energia?
Tutto procede secondo il solito copione tipico del parco, in più con Filippo ormai più autonomo per me è rilassante osservare loro e i loro amichetti che giocano.
Ad un certo punto però si scatena “l’inferno”: esauriti i giochi classici vedo che il gruppetto di bimbi osserva in modo sospetto una mega pozzanghera. Sento un paio di mamme e nonne che iniziano ad intimare ai loro figli/nipoti: “Non avvicinatevi, non vi dovente sporcare o bagnare! Mi raccomando!”. Mi limito ad osservare la scena mentre Filippo e Bea (prima Filippo per la verità) cominciano ad incamminarsi nella pozza. Saggiamente – anche se con il volto imbronciato -  nessuno li segue, le minacce ricevute hanno sortito i loro effetti. I miei due invece sono dentro la pozzanghera e sorridono divertiti. Mi avvicino e dico: "Ok, potete camminarci ma piano, va bene?”. Non faccio in tempo a terminare la frase che Filippo, manco a dirlo, comincia a saltare: è più forte di lui, quando vede una pozza lui deve saltare! Bea, raggiunta dai primi schizzi, decide di fuggire a stivaletti levati… e, manco a dirlo, inciampa, … nella pozza naturalmente. È bastato un minuto! Bea è bagnata dalla giacca ai pantaloni e Filippo che, la osservava divertito, invece s’è  inzuppato “solo” dalla cintola in giù.
Da una parte le altre mamme e nonne presenti mi guardano con uno  sguardo compassionevole Chissà che pensano), dall’altra Filippo e Bea sorridono, per nulla infastiditi dalla loro condizione buffa.. e bagnata!
“Filippo, Bea  che disastro (in effetti sono ridotti maluccio… e non riesco a non sorridere “sotto i baffi”)! Corriamo subito a casa!”. Dopo pochi minuti sono entrambi in vasca per un salutare bagno caldo (ma di questo avete forse già letto venerdì sera).
Bagnati, sporchi ma contenti … e sorridenti!



Due parole sulla libertà

Qualche giorno fa ad un mio amico che si lamentava perché per “colpa” dei figli non riusciva più ad essere libero come prima istintivamente gli ho detto “Per me la libertà sono proprio i miei figli e la mia famiglia!”. Mi ha guardato in modo un po’ strano. L’ho sparata così grossa? Mi sono lasciato prendere la mano con le mie teorie a volte un po’ sopra le righe? Allora ho cercato di argomentare: “Alla fine la libertà è quello che scegli di fare, non quello che pensi di non poter riuscire a fare o quello a cui credi di rinunciare. Sei libero se in quello che decidi di fare sei contento e ti senti al tuo posto. Per me è così.” Mi ha risposto: “ Mah, , io so che quando desidero fare una cosa o ripenso con nostalgia a quello che un tempo facevo quando non avevo  la famiglia, mi sembra di essere meno libero. Non dirmi che anche a te non capita questo!”. “Come no, ma non tanto rispetto al passato, per ora di nostalgie non ne vivo, non perché il mio passato sia stato brutto, anzi, ma perché il presente mi va benissimo com’è. Quanti vorrei ma non posso mi sono detto o ho pensato. Ma la libertà non è legata alla singola azione desiderata e non fatta. Non bisogna ridurla. Per me la libertà è qualcosa di più, per cui anche se in certi momenti non riesco a fare quello che mi sarebbe piaciuto, non per questo mi sento meno libero.” … drin dirn drin… suona il suo cellulare deve andare, è arrivato il suo “appuntamento di lavoro”.
“Quello – indico il cellulare -  ti rende meno libero, mica i tuoi bimbi o la tua famiglia“ sorrido e lo saluto! Come la solito mi manda scherzosamente a quel paese e fugge da chi lo attende.
Quelle poche parole su un tema così importante non mi lasciano tranquillo. Da una settimana ci penso e ripenso. In fondo è da una vita che cerco una risposta che mi convinca fino in fondo sul concetto di libertà. A Luigi (nome di fantasia) ho detto ciò che da tempo mi sono risposto, non ho pensato alle definizioni che conosco. Di altre risposte e definizioni ce ne sono a centinaia, probabilmente molto più corrette, profonde, complete, ma nella mia vita non riesco a vedere una libertà che abbia un altro significato. Non è la definizione delle definizioni, è semplicemente quella sento vera per me. Mi aiuta a non avere rimpianti, a essere sereno ogni giorno rispetto a quanto vivo: che sia programmato, che sia inatteso.  Rispetto anche a quello che mi piacerebbe fare ma non riesco a realizzare.


                                                                                     
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