Bea e Filippo

Bea e Filippo

mercoledì 9 maggio 2012

"Figura di merda?"

Oggi sono di riunione all’asilo: verdi 2 a rapporto. Due papà, un nonno (ha preso un sacco di appunti… sarà stato minacciato?) e tutte mamme! E la maestra (non ancora mamma). Clima sereno per le valutazioni globali della seconda parte dell’anno e l’elenco degli appuntamenti di fine anno: festa della mamma, festa dell’asilo, mini gita dei bimbi, festa dei diplomi, pizzata di saluto dei grandi ecc. quanta carne al fuoco! Ma perché questi asili del XXI secolo non si fanno una pagina web con agende aggiornate?
Terminata la riunione non posso saltare il consueto appuntamento dal mio macellaio preferito. Mi serve poco:  latte, pane e un paio di bistecchine (sono a cena da solo con la mia principessina Bea!) e me la sbrigo in fretta. Un saluto ai miei amici del negozio di articoli per bambini e corro verso la  macchina. Bea mi aspetta e questa sera voglio cenare in balcone!
Sto per salire macchina quando mi risulta impossibile fare a ameno di ascoltare queste parole: “Smettila che cosa faiii! Non devi fare la maleducata, hai capito? Basta farmi fare queste figure di merda!”. Una mamma – per la cronaca una di quelle che attira l’attenzione, diciamo che si lascia guardare… anche l’occhio vuole la sua parte (so che non c'entra nulla ma nella mia meschina socio-psico-logica mentalità maschile mi  piace associare bellezza a bontà, e quando questo binomio si elide ci rimango male)  – ha appena sgridato, in modo energico e senza mezzi termini,  la propria figlia (5/6 anni max).
Non ho potuto non osservare brevemente la scena. Salgo in auto e torno a casa.
Ripenso all’accaduto. Non mi interessa minimamente entrare nel merito delle ragioni della reprimenda, ma quelle parole mi hanno colpito un sacco. Da una parte perché sono parole che magari pure io ho pronunciato, ma soprattutto perché se penso ai miei figli e a come agiscono mi sorge una domanda: “Se fanno i  maleducati in pubblico con altre persone, fanno  fare “una figura di merda” a me?”.  
Ma è così automatico che si rifletta come giudizio sommario verso il genitore un comportamento sconveniente dei nostri figli? Temo sia proprio così. (Mi sa che è difficile trovare qualche buonanima che pensi che se un bimbo si comporta da peste, magari è un po' merito suo!)
A questa legge, o regola non scritta, non si può sfuggire: se i miei figli sono maleducati, si comportano male, fanno pasticci e tutto questo lo fanno in pubblico – me presente -  sono certo che il primo pensiero che sorgerebbe negli adulti intorno a me  suonerebbe più o meno così “ma che cavolo di genitori hanno, non gliele insegnano le buone maniere?”… Se poi lo sguardo attento fosse quello del “clan delle nonne irreprensibili del parco col nipote sempre a posto, non sudato e pulito” (come è già successo), questo sguardo, in genere poco compassionevole, esprimerebbe questo concetto: “Guarda quei monelli! I genitori di oggi che fanno!?! Una volta i bambini venivano tirati su in maniera molto diversa! Rigavano dritto!”. E’ inutile, non c’è scappatoia alla figura di merda. Devo essere pronto a beccarmela!
Di una cosa sono, però,  certo: quando i miei figli hanno combinato qualcosa in pubblico non mi è mai venuto in mente di sgridarli usando le parole citate prima. Li riprendo e li richiamo: spiego a loro che non si devono comportare in quel modo.  So essere anche abbastanza duro ed incisivo. Ma dico in modo chiaro che comportarsi male non è bene per loro, soprattutto se  trattano male o fanno i prepotenti con  altri bambini! La figuraccia la fanno loro perché in questo modo si rendono antipatici e allontanano gli amici.
Dell’eventuale – e inevitabile -  figura di merda associata al mio ruolo me ne frego altamente. I bambini devono comportarsi in un certo modo non per difendere il mio onore, ma perché è un bene per loro! Ed è questo che devono capire e che io devo cercare di spiegare.
Preferisco concentrarmi eventualmente su altre figure di merda, quelle legate alla mia distrazione, alla mia poca sensibilità, al mia smemoratezza… quante ne potrei evitare!

E quando mi beccano con le dita (di Bea) nel naso, che figura è?


Il sentirsi a “casa” anche lontano da casa

Stasera, papà e Filippo al telefono:
"Ciao Filippo, come stai?”.
“Bene!”.
“Che cosa hai fatto di oggi di bello?”.
“Giocato”.
“E poi”.
“Piantato i pomodori nell’orto con la nonna, mi sono tutto sporcato di terra…e la zia mi ha lavato. Non volevo!”
Silenzio… e in sottofondo sento: “Basta, nonna, vado a giocare”.
Colloquio con figlio in vacanza dalla nonna: durata 20 secondi!
Eppure Filippo a casa è un super coccolone della mamma, ma soprattutto del papà!
Quando è con la nonna in montagna (o con l’altra nonna qui a 200 mt da casa) rivela un lato di sé che mi (ci) stupisce: la sua adattabilità (si dice così?), il suo sentirsi “a casa” anche lontano da casa.
Ogni volta che io e mia moglie lasciamo o Filippo o Beatrice qualche giorno dai nonni o per esigenze particolari o anche solo (come in questo caso) per concedere un momento di rigenerazione fisica in un ambiente più compassato e tranquillo, per qualche momento compare in noi una specie di groppo in gola. Sindrome “d’abbandonamento”? Senso di colpa? Non so.
Per fortuna quello che ci tranquillizza è come i nostri figli sappiano vivere questi momenti con estrema naturalezza, come  non soffrano il distacco. E ci consola il modo con cui vivono -  con estrema gioia -  il ritorno alla propria casa. Forse è questione di abitudine, di sicurezza fornita da ambienti comunque ritenuti molto simili a quello familiare. Probabilmente sta contribuendo molto a questo loro atteggiamento la nostra decisione fin da piccoli di abituarli a stare anche con i nonni, fuori casa per qualche giorno (anche senza particolari necessità o urgenze). Istigazione all’autonomia? Magari esagero, ma sapere di avere bimbi sereni e tranquilli anche fuori casa, comunque rende me e mia moglie molto più rilassati. Il sapere che si sanno staccare dalla “gonna della mamma o dai pantaloni del papà” senza mostrare particolari traumi, ci rende consapevoli di aver favorito in loro un sano spirito di adattamento, mai trascurabile. Possono così scrutare ambienti diversi, fare esperienze nuove.
Allargare i loro orizzonti grazie anche a insoliti e particolari incontri con persone, situazioni e cose diverse. Trascendere per qualche giorno l’ordinario per essere sempre pronti all’eventuale straordinario.  Mi ripeto: la diversità, l’insolito e il nuovo come risorsa e ricchezza e non come minaccia! Sono convinto che non solo “tutto fa brodo” nella loro crescita, ma il “ brodo buono” vada ricercato con attenzione perché diventi per loro nutrimento gradito e quindi non gli rimanga sullo stomaco.

martedì 8 maggio 2012

Il potere del Presidente!

Ieri sera dopo il superderby Inter-Milan ho ospitato a dormire un amico Siciliano che, vista la sua presenza a Milano per lavoro, ha approfittato della coincidenza e si è concesso la partita della sua squadra del cuore: l’Inter..  Il caso vuole che è pure il presidente di un’associazione di volontariato.
A Beatrice, visto che Filippo si trova beatamente in vacanza rigenerativa in montagna dalla nonna “della convalescenza”, ho anticipato che a colazione si sarebbe trovata questo mio amico come ospite.In più - non so neppure la ragione per cui l'ho fatto -   le ho detto tra le varie cose (ad esempio visto che è alto 1.93 le ho spiegato che è un difetto tipico di chi viene da così lontano e che il papà rimane comunque molto alto!) che  è anche  il presidente  dell’associazione  xxxyyy.
La risposta di Beatrice non si è fatta attendere e  nella sua sincera rappresentazione della condizione di suo padre mi ha detto: “Papà, ma tu conosci un presidente?”. E mi fissava con stupore! Ho incassato senza commenti, “E’ ancora piccolina….” Mi sono detto.
Mia moglie, poi,  mi ha raccontato che, mentre stava preparando la stanza per l’ospite, Beatrice in modo molto serio le ha chiesto: “Mamma, posso aiutarti a preparare per il presidente? Che cosa posso fare? Se è un presidente è una persona importante, vero?”.
Ma non c’è il due, senza il tre. Questa mattina, dopo la  colazione insieme, questo mio amico dice: “Mi lavo i denti poi sono pronto per uscire”. E che succede? Beatrice corre nell’altro bagno, lasciando rigorosamente aperta la porta per farsi vedere, e inizia a lavarsi i denti da sola. Mai successo! Il lavaggio dei denti, soprattutto al mattino, è sempre una dura  lotta di posizione e non è scontato di veder sconfitti i bimbi!. Questa mattina, invece,  con inspiegabile docilità eccola  tranquilla e da sola alle prese con dentifricio e spazzolino.

Veniamo al dunque. Ho capito che mia figlia mi considera nettamente inferiore di qualsiasi figura di presidente. Non ho il prestigio e la statura moral-istituzionale di una persona che possiede una carica del genere. E a questo non posso che rassegnarmi.
Ma da oggi sono alla ricerca di Presidenti (di ogni tipo: di associazioni di volontariato o sportive; di centri culturali o di parchi faunistici; di fans club o di qualche nazione meno importante  - che ne so Andorra, il Belize, San marino, non importa - ) disponibili a  presenziare ai momenti più drammatici della vita di casa mia: il lavaggio denti mattutino, la cena, la nanna, la scelta dei vestiti con relativa “vestizione”, ecc.
Mi resta un dubbio:  da quale Presidente sarà rimasta così impressionata?

lunedì 7 maggio 2012

Che cosa non posso dare ai miei figli

Tante volte penso a quello che posso (e devo) trasmettere e dare ai miei figli: amore, l’educazione, l’esempio su come agire, quello di cui necessitano a livello materiale (nel limite del possibile e nell’orizzonte del necessario o dell’utile. Filippo ieri mi ha  detto che lui vorrebbe una nave dei pirati. Vera! Lì non ci arrivo proprio).
La visione delle cose, della vita, la serenità.
L’affetto che si meritano e così via. 
Come papà – e come genitori -, posso,  e  in certi casi devo, saper dare ai miei figli ciò che serve  loro per affrontare la sfida di una vita che in fondo“ho contribuito a scegliere” per loro. 
Io e mia moglie siamo stati “causa” del loro esistere e sarebbe davvero molto brutto non prendere sul serio il percorso che dalla loro nascita li deve condurre all’indipendenza. Sì, brutto, non è da genitori. 
E la responsabilità del genitore è quella di  esserci, e senza deroghe, in questo cammino come presenza insostituibile. Presenza attiva, viva, ferma e tenera allo stesso tempo.
Ma anche un genitore non può tutto. E non deve tutto. Non sarà mai padrone di altre vite, neppure di quelle dei propri figli: ne potrà essere custode e responsabile per un certo periodo. Profondamente unito; ne sarà affezionato, legato da un amore profondissimo, ma mai padrone.
Infatti ci sono un sacco di aspetti della vita dei figli che un genitore non potrà (e non dovrà) mai decidere o determinare.
Un genitore non potrà mai imporre gli affetti e le amicizie. Potrà capitare (e quante volte sarà successo) che un genitore dica ai propri figli che tizio va bene, mentre caio no. Se anche avesse ragione sarà impossibile sostituirsi ai sentimenti di affetto o di amicizia che un figlio potrebbe provare per altri. Non esiste un telecomando che regoli queste dimensioni o che le possa  spegnere. Non esiste un regolatore delle percezioni affettive dell'altro. Si può educare ad apprezzare certi stili, a dare valore a taluni comportamenti piuttosto che ad altri. Ma nell'intimo di ognuno di noi si genera l'affetto.
Che amicizie avranno i mie figli? Di chi si innamoreranno? Chi lo sa!
Un genitore non potrà mai decidere le passioni: se da una parte succede che un figlio, quasi per osmosi, possa condividere sinceramente certe passioni dei propri genitori, dall’altra, invece, spesso accade che ne   abbracci altre, magari totalmente diverse. Addirittura opposte. Le passioni sono un richiamo, di razionalità ed emotività, tipico della persona nella sua singolarità. E’ per passione che  un individuo  abbraccia o l’arte o uno sport;  degli ideali o la bellezza;  la natura e gli animali, i libri e la musica,  chi più ne ha più ne metta. Non si possono imporre, al massimo condividere.
Un genitore non potrà dare le idee. Rispetto ai propri figli sono certo che  si possa influenzare un pensiero o spingere a essere più inclini a determinati valori piuttosto che ad altri, ma quando il figlio diventa adulto e indipendente deve, ribadisco deve,  avere le sue idee. Un suo pensiero. Un suo modo di guardare alla realtà. Una sua – solo sua – capacità critica di fronte a quanto avrà di fronte. La vera sconfitta di un genitore è quando non è così. Da giovane con mio padre spesso mi confrontavo, anche animatamente, su idee o visioni delle cose discordanti. Lui aveva le sue idee ed io le mie: ne andavamo orgogliosi entrambi.
Un genitore non può dare la fede. Ne accennavo nel post di qualche giorno fa.  "Qualunque" Dio non tollera l’imposizione a credere. La fede si gioca nella libertà del riconoscere un Senso al proprio vivere che l’uomo non si auto-genera, ma semplicemente accoglie. In famiglia eventualmente un figlio vede se la fede è vissuta e il bene che può produrre. Ma poi tocca a lui.
Un genitore non riesce a generare capacità. Immaginare la "perfezione" (quando mai?) o particolari abilità per i propri figli significa desiderare per loro eccellere. Creare in loro attese inutili rispetto a proprie presunte doti inesistenti, o semplicemente comuni, significa indirizzarli alla frustrazione. Vale di più una sana e realistica autostima che mille complimenti su quello che non c'è!
Un genitore non può dare la felicità. Ne deve tratteggiare contorni nel presente, indicarla come meta che si conquista o semplicemente a volte si scopre passo dopo passo. Non è detto la conquisti per intero. Ma certamente non può essere consegnata in un pacchetto dono. Nessuno lo può fare per un altro. 
Ci sarò molto altro ancora...essere genitore non è dare per forza, soprattutto quanto non è trasferibile, ma esserci per preparare la via alle vere conquiste della vita.
Poi si libereranno e voleranno a solcare orizzonti tutti loro! Che siano i migliori!
Mi dico pure: per fortuna! Non voglio dei figli cloni di me o di mia moglie… o di chiunque altro ne volesse determinare i comportamenti.  I miei figli, non sono miei: nel senso che le loro vite non mi appartengono e devono potersi costruire attraverso i loro affetti e amicizie. Attraverso le loro passioni e la loro fede. Attraverso il loro modo di ricercare la felicità. A noi genitori il compito di preparare la strada.

venerdì 4 maggio 2012

Febbre da Derby!

Nella nostra casa, nonostante una mamma calcisticamente superagnostica (peggio per lei!), si respira una sana aria nerazzurra! Nessun scrupolo educativo, nessun timore di essere accusato di plagio. Nessuna remora morale rispetto alla possibilità che i miei figli possano vivere 45 anni in  attesa di rivincere una nuova champions (ma qui tocco ferro!).
Sono papà tifoso.  Un sano (o insano?) italiano medio che ama il calcio, nonostante mia moglie mi conceda al max due partite in tv alla settimana.  Senza eccessi – non sono un ultras -  e da sempre Interista:  non ho potuto esimermi dal  trasmettere, pian piano  e con una costante  pressione psicologica, questa “fede calcistica” ai miei figli. Son partito con l’abbigliamento: magliette, pigiamini, sciarpe, calzini e pupazzetti vari. Si chiama “familiarizzazione” con i colori.  Sono caduto solo sulla felpa per Bea: le avevo comperato quella delle Monelle Nerazzurre (rosa come piace a lei), ma quando le ho detto che era la Super felpa delle monelle mi ha risposto: “Io non sono Monella papà!” e non l’ha voluta indossare. Mi sono rifatto col suo “battesimo a San Siro” durante Inter – Chievo dell’ottobre scorso. Vittoria striminzita, ma pur sempre 3 punti in cascina (era un periodo nero!) e Beatrice che mi chiede al goal di Thiago Motta: “Papà, che cosa devo fare?!”. Esperienza simpaticissima … e la prossima stagione battezziamo pure Filippo.
La mamma spesso ascolta inorridita i miei figli che quando vedono qualcosa di nerazzurro dicono: “Papà, guarda è dell’Inter”. O come quando si imbattono  in  immagini rossonere o bianconere dicono Bleeee. O come quando faccio ascoltare loro “Pazza Inter amala" incitandoli ad impararla a memoria come le loro amate canzoni dello Zecchino. La mamma scuote spesso la testa, ma ormai non ha più il potere di intervenire! E’ tutto fieno in cascina. I miei figli sono ormai a tutti gli effetti  interisti in erba e lo riescono pure a dimostrare! C’è ancora molta strada da fare: non reggono ancora la partita in TV, ma cresceranno! Quando si semina sul terreno giovane i primi frutti arrivano in fretta e quando saranno maturi sarà uno spettacolo!
Nella vita si riesce praticamente a cambiare tutto ma la squadra del cuore NO: questa convinzione mi permette di guardare soddisfatto al futuro nerazzurro regalato ai miei figli!
E domenica sera mi auguro che,  a Derby in soffitta, il sorriso di Filippo e Bea sia quello gongolante del papà! Nonostante il favore che potremmo aver fatto ai bianconeri! (ma anche su questo tocchiamo ferro!)

giovedì 3 maggio 2012

“Papà, perché Gesù ci ha inventati?”

Beatrice: “Papà, perché Gesù ci ha inventati?”. Rispondo, preso un po’ alla sprovvista: “Perché il mondo che aveva già alberi, boschi e animali, potesse essere abitato anche da uomini”. “Ma Gesù è anche un uomo?”, riprende Beatrice: “E’ il figlio di Dio, che però ha voluto diventare uomo come noi per insegnarci a  volerci bene”… vado un po’ a memoria, e Bea, distratta da Filippo che le ha rubato il suo polipetto, non approfondisce e per certi versi tiro un sospiro di sollievo.  Non per mancanza di preparazione, ma perché mi costringe ad uno sforzo importante rispetto al tentativo di spiegare in modo comprensibile. L’ora di religione all’asilo la sta stimolando a porre spesso domande. Le sorgono però improvvise, frutto della sua elaborazione poco razionale e molto istintiva. Domande che hanno un loro senso, ma che non hanno ancora un terreno su cui fondarsi per cui le risposte sono sempre difficili da calibrare o formulare in modo per lei soddisfacenti.
Ma al di là di una seppur sommaria valutazione della capacità di comprendere di mia figlia, rimane aperto in me il tema che queste domande aprono: quello della fede. Nella mia esperienza, nella mia formazione, nella mia vita si apre un mondo importante al quale non mi voglio addentrare, per ora. Mi limito a considerare questo approccio (la fede) alla vita che coinvolge molte persone, ne sfiora altrettante e viene ignorato ugualmente da molte altre.
Credere in Dio, avere un fede di riferimento. Decidere per sé che esiste la possibilità di affrontare la vita con orizzonti che possono trascendere la nostra mente o il nostro essere razionale. Affidarsi ad un Dio apparentemente lontano, ma per fede tanto vicino. Costruire il proprio patrimonio di valori, di senso dell’agire non esclusivamente su un’etica condivisa, o personale o su costumi socialmente assimilati, ma su “comandamenti”, sul Vangelo. Tutto questo e molto di più, ad un certo punto e in qualche modo, entrerà anche nella vita dei miei bambini. Che sia io come genitore a facilitarne il percorso o sia determinato da quanto incontreranno nel contesto sociale in cui si troveranno inseriti, o semplicemente da come sapranno vivere il richiamo di un mondo ricco di simboli religiosi che siano cristiani, musulmani, buddisti; a prescindere da tutto questo con il credere in qualche cosa avranno a che fare. Anche il non credere in nulla, alla fine è un credere.
Su questi aspetti della vita, senza particolari slanci e senza costrizioni di tipo fondamentalista (caratteristica ben lontana dal mio essere) mi piace fare vedere che “sono di parte”. Che quello che fa bene a me può certo non far male a loro. Poi saranno loro a discernere con la loro coscienza, all’interno di un probabile lungo percorso di maturazione personale a quale fede affidarsi.
Intanto so che devo attendermi altre domande, e col tempo, accanto a quelle, un sacco di dubbi: ma se tutto quadrasse o fosse scontato che gusto ci sarebbe?


martedì 1 maggio 2012

Lavoro e futuro

Credo che anche questo c'entri con l'avere una famiglia. E mi va di scriverne.
Lo ammetto non ho praticamente mai dato tanto peso al 1 maggio. L’ho spesso cercato sul calendario come giornata colorata di rosso, per capire dove si collocasse nella settimana, un po’ come per il 25 aprile. Mea culpa. Ma dove sono cresciuto di manifestazioni non ce ne sono mai state, il I maggio era una festa da vivere in campagna o in vigna ad agevolare l’inizio della primavera. Mio padre ha sempre festeggiato questo giorno lavorando. E anche col passare del tempo, nonostante si fosse accresciuto in me un maggior senso civico ed un interessamento alla politica (concorso esterno lo definirei...), a parte la sporadica visione del Concertone, a questa giornata non ho mai saputo dare significati particolari. Altra mea culpa. Oggi però qualcosa è cambiato. Sia io che mia moglie abbiamo la fortuna di lavorare: un’occupazione che ci permette di vivere serenamente. E’ possibile che questa condizione ci faccia sentire quasi dei privilegiati? In questo ultimo anno alcune persone a me prossime il lavoro lo hanno perso.
Sembrava tutto filasse via liscio, che la vita procedesse sul binario stabilito per te e chi ti circonda e invece quando senti un amico che ti dice che ha perso il lavoro, qualcosa frana anche dentro di te. Quando persone a te care ti trasmettono, con grande dignità, le preoccupazioni legate ad un futuro senza lavoro ti accorgi che qualcosa sta realmente cambiando.
Non ho mai pensato al lavoro in sé come ad una possibilità di sostentamento: il lavoro è per me un modo per mettermi in gioco, per contribuire a costruire qualcosa. Ma è anche bisogno, necessità: senza lavoro che ne è della tua famiglia, dei tuoi figli, del futuro?
Pochi giorni fa un altro mio amico mi ha comunicato di aver perso il lavoro. Ho letto la tristezza nei suoi occhi, in quelli della moglie. Ho letto seria preoccupazione per il mutuo da pagare, per la vita che rischia di diventare un’incognita. Mi sento sempre impotente in questi casi perché non ho potere, influenze, entrature particolari. Non riesco a rendermi utile come vorrei: riesco solamente a dare idee, a tenere gli occhi aperti per segnalare quello che salta fuori. Cerco di stare vicino, almeno. E fuggo al pensiero che possa capitare anche a me.
Sono, di natura, una persona positiva e cerco di trasmettere questa visione anche se a volte è complicato, ma in questi mesi mi ritrovo a tener dentro una grossa rabbia. Ho l’impressione che si stia consegnando a noi, generazione di mezzo, un futuro in salita (Per i miei figli mi limito a sperare cambiamenti radicali, ma non vado oltre). Tutto questo mi pare accada non come ineluttabile destino legato a chissà quali cicli storici o sociologici o economici, ma perché spesso chi ha tenuto in mano le redini della guida ( a vari livelli, politico, finanziari e così via) ha spesso ritenuto il benessere dell’oggi molto più importante di quello del domani. Semplicemente ha ritenuto ininfluente, o almeno molto meno importante,  il destino di chi sarebbe venuto dopo. Esagero?  Non credo. In questo 1 maggio un certo velo di ipocrisia è stato tolto da molti volti: il mio prima di tutto, perché mi sono reso conto del peso che il lavoro ha nella vita delle persone, ma anche in quello di tante personalità politiche che hanno ammesso, non solo che è “un brutto primo maggio”, ma che il lavoro non c’è.
Questo non basta, però. Non è sufficiente per chi questo presente ha il diritto di affrontarlo con serenità, non con ansia e timore. Non è sufficiente per chi ha energia, capacità, voglia di costruire e non può farlo. Non me ne frega niente dello stipendio dei politici, dei manager, dei magistrati, dei prefetti, dei banchieri (non i poveri bancari),  di tutti quelli che hanno posizioni e responsabilità: a me interessa solamente che dimostrino di valere, che recuperino la dignità del ruolo che occupano per costruire il futuro, non per affossarlo per interessi incomprensibili e marginali. Chi non è in grado, poi,  si accomodi fuori dalla porta, perché il futuro di tante generazioni è molto più importante del benessere o buon nome di chi occupa indegnamente certe poltrone!
Che il prossimo sia un 1 maggio con un po’ più di sole!


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...