Bea e Filippo

Bea e Filippo

mercoledì 31 ottobre 2012

Halloween... mi interessi?

Non ne faccio una battaglia personale. Neppure sociale. Non parto lancia in resta per una crociata inutile. Ci mancherebbe. Non voglio urtare neppure la sensibilità di chi si sta mobilitando da giorni con idee, con iniziative e con invenzioni per dare all'Halloween italiano una connotazione simpatica. In fondo come stimolo alla fantasia ci può stare. Liberi tutti di accogliere e vivere gli appuntamenti che si preferiscono. Per carità.
Semplicemente a me halloween non dice proprio nulla, non mi stimola la fantasia e non mi fa venir voglia di trasmettere ai miei figli nessun desiderio di "scherzetto o dolcetto" o di zucche di vario genere. Non ce la faccio. Che ci posso fare? Non riesco a non rimanere indifferente a tutto sto tran tran di nero e arancio, ad una simbologia che mi sembra lontana, poco credibile, artificiosamente costruita ed importata da noi per fare cassa in un periodo "morto". Nulla di scandaloso, ma neppure nulla di attraente... per me. 
E' un appuntamento che non riesco a collocare in un orizzonte che mi spinga a trasmetterne un significato. Se non ne sono attratto e non so spiegarne (perchè non lo vedo e non lo capisco) il senso perchè devo sbattermi a promuoverlo? Forse per far sentire i mie figli maggiormente inseriti nel contesto socio culturale che invece ne promuove la celebrazione? Mah, per fortuna non mi sembra così traumatico non esserne devoti, neppure per i miei figli.
Non voglio neppure proporre la contrapposizione nazional culturale con la festa di Ognissanti o con il ricordo dei defunti, non mi interessano battaglie di questo tipo. Anche se per certi versi mi spiace un po' vedere che queste ricorrenze siano relegate alla nostalgica sensibilità delle persone più sù d'età, come se il binomio naturale vita-morte non sia per tutti, giovani o bimbi compresi... ma qui si entra in discorsi di altra natura. Almeno - e tocco ferro - non si propone di portare la zucca nei nostri cimiteri.
Chiedo "perdono", quindi, se i miei bimbi non si stiano appassionando al mondo della "zucca"... lo so, verrò punito. Ma vale chiedere perdono senza pentimento?

lunedì 29 ottobre 2012

Lo Staccato-Pensiero: si fa sul serio!

Cara Staccata posso buttarmi nell'arena delle(i) Staccate(i)VSTaccate(i)?
Me lo permetti?
Mi intriga il tema, mi piace la foto delle scarpe?
Posso?
Se mi dici di sì ecco quello che scriverò:



Premessa biografica (a tema).
Non so se essere staccato sia un vanto o meno. Ma mi sento così e credo di esserlo.
Nonostante una moglie che negli ultimi anni ha virato prepotentemente verso una insana tacchitudine, la mia indole non me lo ha consentito. Non ce la faccio. Resisto... anche perchè mi è permesso.
Nell'abbigliamento: ripetitivo, abbinamenti non sempre impeccabili... non entro in un negozio da anni ... compero ormai tutto on line, con i rischi del caso... perchè i colori non sono sempre ben identificabili,.
Scarpe modello standard (solita marca e quasi solito modello) da 20 anni, tanto che sono certo che i miei colleghi sul lavoro siano convinti che ne abbia comperato un stock che consumo pian piano.
Scravattato, s-giaccato... all'ultimo matrimonio al quale ho partecipato ho dovuto indossare l'abito che ho usato al mio, perchè il completo di scorta non lo trovavo. Temo di averlo dimenticato in lavanderia. La cravatta  - se serve - me la faccio prestare e annodare da un mio vicino di casa... noleggia gratuitamente: santo subito!.
Ogni tanto la mia dolce metà mi cazzia... dice che non ho gusto e che i mie abbinamenti sono improponibli e, cosa riprovevole,  li ripropongo anche sui bimbi: se li vesto io sostiene che lo faccio alla cavolo.
Se fosse per me sarei ancora più aggressivo: adoro l'abbigliamento di montagna... l'outdoor da trekking:  è comodo, mi fa magro, figo il giusto. Ma in città mi prenderebbero per un maniaco! Cheppalle.
Ma sono staccato. In fondo me ne frego.
Staccato perchè alla fine faccio un po' come mi pare... mi piace andare per la mia strada: mi sento un "italiano medio" piuttosto libero. E sono libero con i bimbi, in casa e fuori. Un po' per scelta, molto perchè mi diverto e un po' per dovere... ma sulle incombenze da staccato lascio stare.
E qui si va oltre: tocco dinamiche che mi superano. Oltre il "tacco o s-tacco" pensiero checc'è?

Affondo filosofico (digressione a-tematica)
Ma lo "stacca-mento" è solo un fatto di vestiario? Di calzature? Di altezza metaforica del tacco (lunghezza o colore della cravatta)?
E' estetica  o ontologia? (miii mi sa che ora mi diverto).
Forse andrò fuori tema, ma mi piace immaginarlo un po' come filosofia. Non tanto da contrapporre al "tacca-mento", ma da  elevare a rango identificativo-esistenziale.
Certo, fornire una base teoretica allo "staccato-pensiero" non è semplice, ma cedere nella retorica affermazione che "l'uomo è cio che indossa" mi sembra riduttivo.
Voglio provarci.
Cara Staccata reggiti forte!

Mi affido per i pensieri fondativi dello "staccato pensiero" ai primi teorizzatori:

a. Stratobabbo: "lo sconnesso per eccellenza": è lo staccamento pensiero, nei suoi albori. Punto. Sconnessione come dinamica di approccio alla vita: non è la genitorialità a determinarlo, ma i figli a subirla. Per loro meno traumi: essere staccato come chiave relazionale. E la cravatta come nemico. Come partenza non è male!
b. Babbonline: "non si può essere genitori in giacca e cravatta con i propri figli, nel senso di persone rigide e attente all'esteriorià". Lo staccato non è rigido, se ne frega dell'esteriorità: "staccato dentro". Dove il dentro però si vede, eccome che si vede: viene fuori alla lunga con la sana consapevolezza che con i bimbi se non si è un po' flessibili e liberi è un casino. Anzi è un inferno perchè loro non sono programmabili.
c. Sinenobilitate: "Per questo mi considero staccato e distaccato. Perchè alla  faccia vostra mantengo comunque un mio stile e questo mi fa sentire gggiovane". Due concetti irrompono alla grande: lo staccato è distaccato, non dipende (credo di interpretare), si sente libero... "alla faccia". In più "si sente giovane": è una filosofia che rigenera e riduce la percezione dell'invecchiamento. Lo staccamento come condizione "rigenerante": il livello si alza!
d. Lorenxo: "da estetica a funzionalità" per sè, alla "nemesi" per i figli: qui le parole prendono corpo: parlano da sole. Non si scappa. Essere staccato significa rendersi liberi esteriormente (la propria funzionalità va preservata fino in fondo) per trasferire la nemesi sui figli: "l'irreprensibile apparenza" di chi è staccato, ma non si vede. Geniale.

Tiriamo i fili: il papà staccato è una condizione per e non contro. Ha i suoi nemici: la cravatta in prima fila, ma non ama le guerre, preferisce l'approccio "staccato" alla vita e al futuro. Un approccio libero, filosoficamente orientato al dentro piuttosto che al fuori. Ma quando è fuori deve potersi muovere in libertà: in piena funzionalità. I bimbi lo esigono e allora ci si "stacca" e di-stacca per loro!

Mi sono allargato e divertito... speriamo di non aver urtato la suscettibilità di nessuno... ma lo "staccato" che è in me sa anche essere un po' pirla,  ogni tanto!

domenica 28 ottobre 2012

Neve fuori stagione!

Non eravamo preparati... altro che ora legale!
La vera sorpresa di questa mattina è stata la neve... fiocconi giganti.
Scenario invernale ed eccitazione dei bambini: "vogliamo uscire a giocare!"
Mi chi se l'aspettava? Abbigliamento da autunno, "come faccio a spararvi sotto la neve!"
Ma le soprese vanno sfruttate!
Ci attrezziamo alla belle e meglio e via con il primo pupazzino di stagione.
Pochi momenti per evitare il primo assideramento, ma ci voleva!
Antipasto invernale con i fiocchi!
... per fortuna comunque domani torna il sole!

venerdì 26 ottobre 2012

La "guerra" è iniziata!

E' iniziata. Doveva succedere e mo' ci siamo dentro in pieno: Bea e Filippo sono in guerra. Quella vera, fatta di strategie studiate, colpi bassi, reazioni, rappresaglie, agguati. E chi li tiene più?
Bea "non lo fa mai apposta": lo spinge, gli ruba le cose, gli dà in testa il mestolo di legno, ma tutto ciò si svolge inesorabilmente senza intenzione. Filippo è un buono iracondo: si mostra tutto tranquillo, anche allegro e serafico, ma se parte sono dolori. Anche per la sorella più grande. Mena che è un piacere.
La guerra è iniziata.
Ormai non c'è momento che non scatti qualche scintilla per cui in qualche modo, o per qualche ragione, non debbano litigare.
Basta un nulla.
Bea fa la fredda calcolatrice ed espone sempre ragioni apparentemente incontrovertibili: quando non fa apposta, è evidente legittima difesa. Se non si difende contrattacca in maniera preventiva, manco Filippo possedesse armi di distruzione di massa.
Filippo mostra le ferite: "è stata la Bea", spesso invisibili...fa il furbetto indifeso: il frigno tattico (e col suo faccino a volte funziona pure).
Poi, però, va al contrattacco: si arrangia come può, e bene... la teppa.
Che cosa deve fare un genitore? Ad esempio un papà che con la propria sorella ha vissuto l'infazia nel sano clima di guerriglia casalinga? Ricordo i litigi, gli scontri continui... lo ammetto, ai tempi ero bravo pure io a far ricadere la colpa sulla femmina più maligna: la sorella! Cani e gatti ci definiva mia madre, e aveva ragione.
Ora con Bea e Filippo cheffaccio? Punire? Mediare? Rasserenare? Indagare? Contrattaccare? A volte mi viene quasi da ridere e mi devo trattenre... nel litigio sanno pur essere buffi. Ma non posso transigere: fermezza e richiamo ai principi della non violenza!
Per prima cosa li divido, per evitare il peggio. Poi cerco di ricostruire le dinamiche dei fatti per determinare non tanto il vero colpevole, ma almeno il grado maggiore di responsabilità. Per ora la dialettica di Bea la pone in vantaggio, ma visto che è la più grande è costretta ad andare di recupero... e mica sempre riesce.
Poi ramanzo l'uno e l'altro - tentando di calcare la mano su chi ha subito in quel momento il verdetto di colpevolezza -  nella speranza che comprendano l'inutilità della violenza tra fratelli: rompe solo il clima, alla fine la pagano entrambi. Faccio il duro, e se perdo la pazienza riescono a vedermi bell'incavolato.
Ogni tanto li metterei in quarantena, ma i ricordi mi frenano... i mei che ci avrebbero dovuto fare? Soprattutto a mia sorella. Aveva sempre torto.
Faccio quel che si può, ma in certi momenti verrebbe davvero voglia di ..... lasciamo perdere.
E li guardo fiducioso: anche le guerre finiscono!

lunedì 22 ottobre 2012

Filippo inappetente? .... Mah!

Ne ho parlato con ironia, ma per un bel po' di tempo mi ha fatto preoccupare. E non poco.
Le fatidiche sette camice per nutrire quella teppa di Filippo....

Se volete leggere il com'è andata su Autosvezzamento il Post completo.

Grazie per l'ospitalità!

venerdì 19 ottobre 2012

Air Food Project - Un appello importante!

Aiuti alimentari agli indigenti sì o no? A questo tema tengo molto.
Sono dieci anni che lavoro in questo mondo e ne ho viste davvero molte.
Il sostegno alimentare alle persone che "fanno fatica ad arrivare alla fine del mese", o a tutte quelle che manco riescono ad iniziarlo il mese, è il minimo che un Paese civile (e un'Europa civile) dovrebbe garantire.
Da 20anni le eccedenze agricole dell'UE (semplifico un po', ma sostanzialmente è così) sono destinate agli Stati richiedenti perchè diventino cibo per gli indigenti.
E in Italia questi aiuti arrivano a circa 3.000.000 di persone. Sono tante: famiglie, bambini, anziani, giovani. Emarginati o famiglie integrate apparentemente a posto, ma in grave difficoltà.
Una rete di 16.000 Strutture Caritative, e alcuni importanti Enti Caritativi di I Livello (es. i Banchi Alimentari, Le caritas, la Crocerossa, Sant'Egidio ecc.), attraverso l'opera di migliaia di volontari, si occupano di questo: incontrare chi ha bisogno e distribuire pacchi alimentari come supporto alle difficoltà delle persone.
Per non parlare delle mense dei poveri, delle unità di strada, dei dormitori, delle case d'accoglienza e così via. Una Rete immensa, capillare, unica... e spesso silenziosa. Ma vitale, ricca di umanità e sensibile. E oggi fortemente preoccupata. Molto preoccupata.
Nel 2012 saranno distribuite circa 80.000 tonnellate di prodotti (pasta, riso, latte, formaggi, biscotti ecc.), nel 2013 questo aiuto non verrà a mancare.
Ma dal 2014 tutto finirà.
Questa è la prospettiva e la scelta: la Germania ha creato una minoranza di blocco perchè non vuole che si utilizzino fondi europei per gli aiuti alimentari. Sostiene che, "finite le eccedenze di produzione", i prodotti non possono essere acquistati. Tutto finirà.
Ogni Stato si deve arrangiare: ai suoi  poveri deve provvedere per i cavoli propri.
L'Europa che è disposta a ricapitalizzare le Banche con migliaia di migliardi di euro (e mi fermo qui per pudore), non se la sente di impegnare 500 milioni per continuare un'azione di sostegno a chi realmente è in difficoltà!
Un sostegno concreto. Che funziona e  che molto spesso va ben oltre la consegna di un semplice pacco alimentare: diventa ascolto, compagnia, aiuto, tentativo di inclusione, condivisione, dialogo... Alleviare il bisogno e ridurre la solitudine. Con il cibo si può. Senza si delega tutto alla burocrazia, abbandonando di fatto milioni di persone, alle probabili NON risposte... ad un'amara solitudine.

Ecco allora la petizione e l'appello lanciato dalle grandi Associazioni Caritative Francesi (cattoliche e laiche insieme) attraverso L'Air Food Project e rilanciato in Italia dalla Fondazione Banco Alimentare Onlus (dove da anni lavoro).

Un progetto virale, da diffondere per chi vuole sostenere questa "battaglia" a favore del sostegno alimentare agli indigenti.

Chi condivide questo impegno. Chi ha voglia. Chi semplicemente ritiene la cosa giusta:  lo faccia girare!
Il modo più semplice e immediato è attraverso questo bellissimo video!

Grazie!

ca

giovedì 18 ottobre 2012

Piccoli milionari? No, piccoli e basta!

... post ispirato da Volete dei piccoli milionari...

E' spesso più facile fare in modo che i bambini "siano innalzati" al nostro livello di adulti, piuttosto che fare lo sforzo di abbassarci al loro.
Nel primo caso tendiamo a rendere innaturali i percorsi con la bruttissima affermazione “sono degli ometti/ delle piccole donne”. Ma è più facile fare così. Alla fine noi facciamo quello che ci piace e l’adattamento è delegato dei bimbi: se poi si annoiano, non capiscono, rimangono disorientati son “cavoli loro”.Li immegriamo in cose, mondi esperienze che spesso non sanno comprendere e apprezzare. Se fosse il contrario ci dovremmo probabilmente interrogare...
Non ci rendiamo conto che al posto di aggiungere a loro qualcosa rischiamo di privarli del necessario: del gioco, dei tempi a loro misura, delle freschezza della loro età, dell'unicità del loro mondo e del loro tempo. In questo caso irrimediabilmente irrecuperabile. Non si torna indietro.
Perchè mandarli a scuola un anno prima (per fare un esempio... forse dei meno drammatici)? Un anno in meno di giochi e tranquillità perchè? Per lavorare un anno prima. Esagero: ma mi sembra accanimento terapeutico....
Nel secondo caso la scelta è diametralmente opposta: come genitore “mi abbasso al loro livello” per garantirne una crescita graduale, equilibrata, serena. Senza strappi o pretese inutili (e spesso nocive).
Mi abbasso in senso figurato: non divento bambino, ma entro nel mondo del bambino perchè i piccoli lo percorrano tutto e fino in fondo. Le scelte saranno fatte per loro, non per me. Perchè si preparino ad ogni dopo - il fantomatico futuro -  gustando tutte le fasi della crescita, senza odiose anticipazione esistenziali!
Purtroppo l’autoreferenzialità di noi adulti spesso si ripercuote sulla cura e sulla sana educazione dei bambini.
Riflettere a volte sull'inutilità per un bambino di bruciare le tappe mi sembra d'obbligo. E urgente. Non rubiamo il loro tempo. E l'innocenza: Non togliamo l'innocenza all'infanzia dei nostri figli
Altrimenti se poi non diventano milionari è davvero un casino!

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