
Il sorriso per me è (come direbbe Paolo Oreglio) un vero momento catartico: una specie di liberazione e di riappacificazione con tutti e con tutto. Nei miei figli il sorriso mi appare come segno dello star bene, di serenità; è espressione, almeno così mi piace considerarlo, di un animo felice. Nella nostra casa i sorrisi vanno e vengono, ma per fortuna quando vanno riescono a tornare abbastanza rapidamente. Se stanno assenti per troppo tempo ne sentiamo la mancanza! Quando ci sono è come se colorassero ogni stanza, è come se sapessero infondere nell’aria un sapore diverso.

Senza cadere in retoriche che anche a me non piacciono, sono convinto che il sorridere sia non solo una necessità, ma molto di più. Non ci vuol niente a trasformare tutto quello che ci circonda in minaccia e gli altri degli inconsapevoli rivali. Ci si costruisce un pensare negativo a prescindere. Questo approccio alla vita, a lungo andare, la rende una specie d’inferno: ci si costringe a vivere sempre e solamente sulla difensiva. È il dramma (almeno per me è così) dell’autoreferenzialità.
Saper sorridere, saperlo fare di sé o con gli altri, significa, invece, essere in grado di apprezzare qualcosa che è oltre noi, significa riconoscere che è possibile star bene e che questo può non dipendere solo da noi, ma esserci offerto in maniera inattesa anche da altri.
Quando mia moglie mi dice “uffa, è da un po’ che non mi fai sorridere”, mi allarmo … che cavolo mi sta succedendo? Sono i periodi in cui permetto alle esperienze negative (che ci sono, non lo si può negare) di averla vinta. Magari ci metto un po’, ma fortunatamente mi so riprendere: non so stare senza sorridere (e far sorridere!).
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