
Si diventa genitori, dicevo
(stavo divagando lo so…) – e nel caso specifico papà - mica all'improvviso. C’è tutta una storia
che non può essere messa sotto uno zerbino. E’ la storia della nostra vita che
ci ha visto, come prima tappa fondamentale, assumere e vivere in pienezza la
condizione di figli. Sono stato figlio… e lo sono ancora, per la verità.
Ma “figlio, proprio tanto figlio”
lo sono stato da bambino e da ragazzo. Un po’, anche da giovane: insomma fino a
quando sono stato dipendente dai miei genitori. Una dipendenza che si è evoluta
nel tempo, ma che nelle sue forme
diverse mi ha accompagnato per molti anni.
Guardo i miei di figli. Sono
ancora piccoli. Non riesco a non
riportare la mia mente alla mia esperienza di figlio e ogni tanto mi chiedo: ma
io che figlio sono stato? Li vorrei come? O meglio lasciar perdere?
Diamo spazio alla memoria.
Fino alle medie ho navigato nella zona medio bassa della classifica dei ragazzi
bravi, sempre sull'orlo della retrocessione. Non ero un teppista, ma neppure un
santerello.
Da una parte me la cavavo a
scuola (voti buoni), ma rispetto al
comportamento è un altro discorso. In prima elementare presi ben 6 note (il
massimo della classe). In terza media conclusi il percorso con una visita dal
Preside. Lingua lunga … troppo, nel bene e nel male. Pure a catechismo mi
misero qualche volta fuori dalla porta. Vivevo nel regno dorato di un paese
della Valle e quindi in casa non ci stavo praticamente mai. A giocare con gli
amici: all'oratorio, nella via, nei cortili. Facevamo mille cose, anche un
sacco di “stronzate” (che non elenco per non generare emulazioni spiacevoli).
In casa facevo la parte “del cane”, “il gatto” era mia sorella: spesso le mani
addosso. Era più forte di noi. Ricordo la mamma che ci sgridava. O gli sguardi
di mio padre… a lui bastavano. Ai miei ero molto attaccato, ma non mi pesava il
distacco. Da loro ho ricevuto e imparato tantissimo, anche quello che non
insegnerò ai miei figli. Fa parte della vita anche questo.
Ero sereno. Non si navigava
nell'oro, ma non ricordo rinunce particolari: con gli amici ci si faceva
bastare quello che c’era. E ci si divertiva. Mi fermo a quest’epoca, perché il
parallelismo è funzionale all'età dei miei bambini.
Lo vorrei come me? Mi ci
rivedo? Per me non è questo il punto: io sono io e loro sono loro. Siamo e
saremo diversi.
La questione è un’altra:
vorrei ricordarmi più spesso come ero io.
Vorrei farlo riportando nel mio
presente le volte che non ascoltavo, che
facevo cavolate o disubbidivo e deludevo
i miei genitori … ma anche quando mi impegnavo, ne azzeccavo qualcuna o
riuscivo davvero bene in qualcosa.
Vorrei ricordarmelo per garantirmi da una
parte uno spazio di tolleranza (e di incoraggiamento) di fronte a ciò che mi fa
arrabbiare o mi spazientisce. Ma anche per tirar fuori da me gli stimoli perché
loro affrontino le cose con serenità e lo spirito giusto (quello positivo e
costruttivo). Se spesso ci sono riuscito io ce la possono fare anche loro.
Vorrei ricordamelo di più per
non correre il rischio di pretendere da loro riconoscimenti funzionali a me… e
non a loro. Il loro futuro è importante, non (solo) il mio - e nostro - presente.
Vorrei ricordarmelo perché nel
gioco intricato della loro crescita il binomio dipendenza/libertà venga vissuto
nella logica del rispetto e dell’amore, non in quella del non avere “fastidi”.
Da papà non posso non
intrecciare questi pensieri per accogliere quanto
vissuto da figlio perché mi aiuti ad essere padre.
Un buon padre.
Purtroppo non ricordo come ero io a due anni ma credo che rifletterci, ogni tanto, aiuti a relativizzare anche ciò che fanno i nostri bimbi...
RispondiEliminaGrazie per avermelo fatto ricordare!
Quello che combinavo io, però, è meglio che non lo scriva sul blog...muia madre certe cavolate non le ha ancora scoperte adesso e sarebbe capace di rimbroverarmi anche ora che sono adulta!!
... alla mamma certi post mica li faccio leggere. E poi mica dico tutto!
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