Bea e Filippo

Bea e Filippo

mercoledì 3 aprile 2013

Educarli a parlare


Li guardo. Sorrido con loro. Ogni tanto mi arrabbio. Gioie e ansie. Tante parole e silenzi.
I silenzi. Quando si manifestano a volte normalizzano e portano un po' di sollievo... a volte no. Sono un segnale di "non condivisione".
Cosa c'è dietro questi silenzi? Che cosa voglio dire... ebbene sì perchè pure loro parlano?
Un anno fa mi capitò questa riflessione... va a pennello.

Questa sera un mia  cara amica   mi ha mandato questo sms: "dobbiamo educare i nostri bimbi a parlare, a parlarsi e a parlarci delle cose del cuore.... questa sera penso che a me manca molto questa cosa: il non esserci educati, io e i miei genitori a poter dire e dare un nome alle inquietudini ...". Le ho risposto semplicemente: "Hai ragione!".
Se ripenso al rapporto con i miei genitori non posso che sottoscrivere questa diagnosi: anche nella mia famiglia non ci si è educati a parlarsi per dare un nome alle inquietudini. Non è che si tacessero i problemi o che non ci fosse dialogo, ma il tirar fuori e dare un nome, almeno provare a farlo, a quello che succedeva dentro i nostri cuori, questo no, non succedeva. Non so perchè, ma non sono cresciuto con questo desiderio. E tanto di ciò che avveniva dentro di me o veniva tenuto dentro, o veniva semplicemente rivelato altrove, spesso da chi  non sapeva neppure capirne bene il senso e la portata.
Ma tornare al passato ora non mi interessa, preferisco prendere la prospettiva più costruttiva del messaggio, che mi spinge a guardare al presente e al futuro,  e a chi  mi è affidato: i miei figli. "Educarli a parlare, parlarsi e parlarci delle cose del cuore": questa è la sfida. Ma ancor di più "saper dare un nome alle inquietudini". E riconoscere che queste conquiste non sono solo un dettaglio nel loro cammino di crescita, ma un fattore che potrebbe determinare una migliore qualità e una maggiore serenità della loro vita. Parlare delle cose del cuore significa aiutare i miei figli a sentirsi liberi, non giudicati, accolti nel momento in cui desiderano confidare qualcosa che hanno dentro e che non sanno bene come dirlo,  non sono certi se sia bene o male, o se a noi possa far far piacere o meno. Significa farli sentire al sicuro nel momento in cui decidono di rivelare qualcosa che li turba e li rende inquieti.
Dare un nome alle inquietudini va addirittura oltre: significa aiutarli a riconoscere, perchè identificato, ciò che genera un malessere interiore; e dare un nome permette di chiarirne l'identità con il vantaggio di poterne affrontare le cause. E, si spera, risolverle.
Il messaggio di questa mia  amica mi ha costretto a riconosce che già oggi ad esempio mia figlia, che ha solo quattro anni, fa una grossa fatica, in certi casi, a confidare qualche delusione che le è successa con le amiche o a condividere ciò che ha provocato in lei qualche sentimento spiacevole (magari di poco conto in sè, ma per lei importante). Ci accorgiamo, io e mia moglie, che qualcosa non va, ma a volte non riusciamo a trovare la chiave per fare in modo che si apra a noi. "Educare a parlare..." ritorno al messaggio e dico grazie a chi me l'ha scritto perchè mi ha ricordato che essere un padre significa anche avere a cuore, in certi momenti, più quello che non si vede e non si sente, di quello che appare ed è evidente. Se mi limito a ciò che vedo e sento, ma non so leggere certi segnali e certi silenzi, non sarò mai in grado di educare a "parlare, a parlarmi". Devo, inolte, essere consapevole che in quei momenti la parola, nell'esprimere certe inquietudini, costa fatica, esce a stento o è impacciata, ma è quella che libera, fa sentire leggeri e permette una vicinanza molto più profonda. Fare in modo che i mie figli mi parlino, dipende davvero molto anche da me.

8 commenti:

  1. E' una riflessione molto importante. La nostra generazione è stata generalmente ben accudita ma raramente davvero ascoltata, c'erano gli amici per le confidenze e così molta parte della relazione si è persa e abbiamo pensato fosse meglio fare da soli.
    Oggi i genitori credono molto di più nel proprio ruolo di guida, non nel senso di "comando" ma di "esempio", ma per farlo occorre creare la fiducia perchè su quella si fonda il dialogo. Poi i nostri figli sono tutti diversi e ci saranno quelli più disposti ad aprirsi e quelli meno. Però concordo con te sull'impegno che dobbiamo metterci affinchè la porta resti aperta. Io lo ripeto spesso a mio figlio "più il problema è grande più devi venire a dirlo a noi, nessuno potrà ascoltarti meglio di chi ti ama sopra ogni cosa". Speriamo se lo ricordi sempre ...

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    1. E' importante far capire loro che ci interessa quello che ci vogliono dire, sempre... speriamo davvero!

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  2. Sono molto combattuto a riguardo. È una delle cose che, come genitore che si autoproclama moderno, faccio fatica a fare più mia. Forse perchè io, da ragazzo, non disdegnavo i silenzi dei miei genitori. Mi bastava che ci fossero, con la loro presenza mai ingombrante. Ho sempre preferito la loro vicinanza silenziosa ai consigli non richiesti che spesso ricevevano alcuni miei coetanei.
    E adesso spero di riuscire a fare questo con i miei figli: che riusciamo ad ascoltarci in silenzio. Anche se nessuno parla.

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    1. Filippo, il mio piccolo,ogni tanto dice: " Ma nessuno mi ascolta?". Mi fa sorridere e pensare.
      Il combattimento che vivo è legato a due temi: che i figli si sentano liberi di dire le cose importanti ai genitori (soprattutto quando saranno nei casini); che come genitore riesca a mantenere la pazienza di ascoltarli... e possibilmente di non riempirli di inutili menate...

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  3. Farli parlare e' anche il primo passo per capirli meglio ed aiutarli ad affrontare e superare. Mio figlio parla tanto e per ora, racconta tutto. Fa una cronistoria ogni volta che torna dall'asilo e questo oltre a rendermi serena riguardo a cosa succede quando non ci sono, mi piace moltissimo, perché ascoltandolo imparo molto ed a volte mi fa anche divertire con racconti buffi. Speriamo che non perda questa capacità nel tempo, che non diventi riservato a tal punto da lasciarmi fuori dalla porta. Ce la metterò tutta perché non succeda.

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    1. e pensare che io in casa parlavo davvero poco...

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  4. E' il pensiero fisso che ho in questo periodo. Non sono tutti uguali i ragazzi, chi parla di più, chi di meno. Mia figlia è introversa e a volte è difficile raggiungerla nella solitudine in cui si rinchiude. E quando era piccola era una bambina così solare. Perciò credo che sia importante non perdere mai il contatto e dare un nome alle inquietudini mi sembra un'impresa sì, ma che vale la pena di tentare.

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    1. dare il nome significa, per certi versi, definirne i contorni e creare un vero spazio di contatto... immagino decisivo per essere utili.

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